Dopo il drammatico fallimento del primo trapianto con un organo danneggiato, l’équipe medica e la famiglia hanno raggiunto un accordo doloroso ma necessario: lo stop a ogni forma di accanimento terapeutico. La prognosi infausta, legata all'impossibilità di procedere con un nuovo trapianto, ha spinto i sanitari ad avviare un protocollo di terapia palliativa per l’alleviamento delle sofferenze, mettendo al centro la dignità del bambino in questa fase terminale.
La gestione dell'Ecmo e la Legge 219
Uno dei nodi più complessi della vicenda riguarda l'Ecmo, il macchinario per la circolazione extracorporea che tiene in vita il piccolo da due mesi. Durante la riunione è stato deciso che il macchinario non verrà staccato bruscamente, poiché l'effetto sarebbe istantaneo e letale, ma si procederà eliminando gradualmente le terapie non più necessarie, come la microfiltrazione del sangue.
L'avvocato Filomena Gallo, segretaria dell'Associazione Luca Coscioni, ha chiarito i contorni giuridici della scelta: "Non si tratta di eutanasia, ma di evitare l'accanimento terapeutico attraverso lo strumento della Pianificazione Condivisa delle Cure previsto dalla Legge 219/2017". Secondo Gallo, quando la medicina esaurisce le prospettive di guarigione, l'interruzione di terapie meccaniche come l'Ecmo è una scelta eticamente e giuridicamente corretta, basata sul miglior interesse del paziente. Anche l'anestesista Mario Riccio ha confermato che queste terapie possono essere ridotte progressivamente fino alla naturale conclusione del ciclo vitale.
Una lezione di dignità
Il caso ha scosso profondamente l'opinione pubblica e la politica. L'ex presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, durante la sua consueta diretta social, ha voluto rendere omaggio alla madre del piccolo: "Ha dato un esempio di grande dignità". Nonostante le polemiche sulla gestione del primo intervento, De Luca ha difeso l'ospedale Monaldi, definendolo un punto di riferimento che non deve essere offuscato da questa tragedia.
Al di là delle perizie e degli accertamenti giudiziari che dovranno stabilire eventuali responsabilità sul trapianto dell'organo danneggiato, resta il silenzio di una famiglia che ha scelto di trasformare il proprio dolore in un atto di rispetto verso il figlio. La medicina, arrivata al limite delle proprie possibilità tecniche, lascia ora spazio a un percorso di accompagnamento che punta solo a eliminare il dolore, in attesa che la natura faccia il suo corso nel modo più mite possibile.
Il cuore della speranza batte a Bergamo
Mentre a Napoli si consumava l’incontro decisivo tra medici e legali, la rete nazionale dei trapianti non si è fermata. Il cuore che inizialmente era stato opzionato per tentare di salvare il piccolo al Monaldi, una volta dichiarato "non trapiantabile" sull'originale ricevente a causa delle sue condizioni critiche, ha preso il volo verso il Nord. L’organo è stato trapiantato con successo su un altro bambino di circa due anni, in lista d’attesa all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Una vita che si spegne ha permesso a un'altra, in un’altra città, di ricominciare a sperare.