La guerra nei silenzi d’Europa. In un quartiere romano una chiesa si riempie ogni domenica di fedeli ucraini. Le navate non bastano, la piazza diventa prosecuzione della messa. Si prega per la pace, per la liberazione, per chi è rimasto al fronte o affronta l’inverno senza elettricità. Intorno scorre la normalità occidentale, tra turisti e tavolini all’aperto. La guerra resta lì, visibile ma confinata, come racchiusa in un guscio di noce.

È questa distanza, geografica ed emotiva, a raccontare più di molti bollettini. Dai luoghi sicuri la guerra si può osservare, discutere, archiviare tra una notizia e l’altra. Per chi la vive, invece, non esiste intermittenza.

Dodici anni che non sono neutri

L’invasione del 24 febbraio 2022 ha segnato uno spartiacque globale, ma per l’Ucraina la frattura risale al 2014, all’occupazione della Crimea e all’inizio del conflitto nel Donbass. Dodici anni che non hanno nulla di normale o di neutrale. Quattro inverni con l’elettricità a sprazzi, città bombardate, famiglie divise.

Il tempo si è trasformato in un’arma. La durata logora, consuma energie e attenzione. Anche fuori dall’Ucraina, l’onda emotiva si è affievolita. Il conflitto riempie le prime pagine, poi scompare, poi riemerge tra polemiche e scandali.

L’Occidente e le ambivalenze

Le esitazioni politiche, le trattative estenuanti, i calcoli tattici precedono ogni decisione di sostegno. L’Europa appare spesso lenta, imbarazzata, pur arrivando infine a schierarsi. Gli Stati Uniti oscillano tra fermezza e ambivalenza. In questo contesto, dentro il Paese cresce una consapevolezza più fredda che rabbiosa: il mondo non verrà a salvarci. Non è una resa, ma una presa d’atto. Una forma di lucidità che nasce dalla fatica accumulata e dalla necessità di continuare comunque.

La neutralità impossibile

Un atleta vorrebbe indossare un casco in memoria dei giovani colleghi uccisi al fronte o sotto le bombe. Il regolamento sportivo lo vieta in nome della neutralità. L’atleta rinuncia a gareggiare. La norma resta intatta. La neutralità presuppone una normalità che per l’Ucraina non esiste più da dodici anni. La guerra è una deroga permanente, un’eccezione che non finisce. E chi la vive fatica a riconoscersi nelle regole pensate per tempi ordinari.

Il guscio e la resistenza

Nell’ultimo anno il Paese si è chiuso come in un guscio di noce. Non solo verso il fronte orientale, ma anche emotivamente verso ovest. Meno illusioni, meno attese salvifiche. Una resistenza che continua, ma senza retorica. Dentro quel guscio resta una società che prova a reggere l’urto del tempo. Fuori, il resto d’Europa continua la propria vita. La distanza non è fatta di chilometri, ma di esperienza. E forse è questa la frattura più difficile da colmare.