La previsione nero su bianco. Era tutto scritto, con ventisei anni di anticipo. Nel dicembre del 2000 la Commissione tecnico-scientifica della Protezione civile, guidata dall’ingegnere Antonio Castiglione, metteva in fila rischi e rimedi per il territorio di Niscemi. La conclusione suonava come una sentenza: «Si può verificare una frana di grandi dimensioni».

Il documento, oggi acquisito dalla Procura di Gela, indicava interventi puntuali e non rinviabili. Sistemazione degli alvei per contenere l’erosione, regimazione delle acque superficiali, deviazione delle acque bianche e nere che finivano nel torrente Benefizio, chiusura delle fenditure, impianto di vegetazione capace di consolidare il terreno. Un elenco di opere minime per provare a convivere con un dissesto strutturale.

Dal 1997 al crollo del 2026

La relazione arrivava dopo la frana del 12 ottobre 1997, che aveva già ferito profondamente la cittadina del Nisseno. I tecnici erano stati incaricati di “radiografare” la collina, fotografando un equilibrio fragile, condizionato dall’acqua e dalla natura argillosa del suolo.

Il 25 gennaio 2026, a distanza di quasi tre decenni, lo scenario temuto si è materializzato. Un fronte di circa quattro chilometri è precipitato verso valle, creando un burrone imponente. Cinque edifici crollati, quattro pericolanti, 137 dichiarati inagibili, tre scuole chiuse. Oltre 1.500 persone evacuate, 500 famiglie senza casa. La collina si è trasformata in un precipizio.

L’inchiesta della Procura

La Procura di Gela ha aperto un fascicolo per disastro colposo e danneggiamento a seguito di frana. Il procuratore Salvatore Vella ha disposto una consulenza tecnica affidata a tre professori dell’Università di Palermo, con sessanta giorni di tempo per ricostruire cause e responsabilità. Al momento non risultano indagati, ma gli accertamenti sono in pieno corso.

Tra i testimoni ascoltati figura l’ex prefetta di Caltanissetta Isabella Giannoia, commissario straordinario dopo l’evento del 1997. Gli inquirenti stanno ricostruendo tre decenni di atti amministrativi, progetti avviati e mai conclusi, lavori programmati e rimasti sulla carta.

«Come un castello di sabbia»

A monitorare l’area è anche il professor Nicola Casagli dell’Università di Firenze, tra i massimi esperti italiani di dissesto idrogeologico, impegnato per la Protezione civile. La frana ha rallentato, ma non è ancora stabilizzata. L’angolo di riposo stimato tra il 30 e il 35 per cento lascia temere un ulteriore arretramento del ciglio di 20-30 metri. In quell’arco ricadono oltre cento edifici.

L’immagine è plastica: una scarpata che si comporta come un castello di sabbia, instabile quando si asciuga e destinato a collassare quando è saturo d’acqua. Il complesso franoso, già nel 2000, veniva descritto come di dimensioni tali da rendere impossibile immaginare una soluzione definitiva, ma non interventi di mitigazione.

Il progetto mai realizzato

Nel 1997, in piena emergenza, un gruppo incaricato dal Comune aveva predisposto un progetto da cento miliardi di lire. Prevedeva anche una galleria per intercettare e deviare le acque cittadine, impedendo che si riversassero nel Benefizio, considerato una delle concause del dissesto.

Il piano fu giudicato insostenibile dal commissario e affidato al Genio civile. Da quel momento, tra cantieri aperti e richiusi, autorizzazioni, carte bollate e rimpalli di competenze, la storia si è trasformata in un percorso a ostacoli. Alcuni interventi sono stati realizzati nel versante Ovest tra il 2014 e il 2017 e nell’area del Belvedere nei primi anni Duemila, rimasta infatti integra. Ma il resto del costone ha continuato a sgretolarsi.

La città sospesa

Tra le macerie restano le storie personali. La casa dell’architetto Roberto Palumbo inghiottita dal burrone. L’auto sospesa nel vuoto di Marcello Di Martino, divenuta simbolo del disastro. E poi la biblioteca privata del professor Angelo Marsano, in parte salvata grazie all’intervento dei vigili del fuoco che, con droni e puntatori laser, hanno recuperato centinaia di volumi da un edificio sospeso nel nulla.

Niscemi oggi vive con il fiato sospeso. La speranza, affidata ancora una volta agli esperti, è che la frana trovi un equilibrio naturale e che finalmente vengano eseguite quelle opere indicate nel 2000. Perché la previsione era chiara. E la storia, questa volta, non potrà dire che nessuno aveva avvertito.