Un manico arancione, il corpo in plastica blu e una scritta tracciata a mano con il pennarello nero: “S. Op. C. Ch. Ped.”. Sembra l'attrezzatura per una scampagnata, invece è il contenitore Gio’Style modello “Fiesta” che ha trasportato il cuore destinato a Domenico dall’ospedale di Bolzano al Monaldi di Napoli. Quel viaggio, che doveva rappresentare una speranza di vita, si è trasformato in un calvario terminato sabato scorso con il decesso del piccolo. Al centro dell’inchiesta della Procura di Napoli c’è ora quel box termico, un modello classico e non tecnicamente evoluto, il cui contenuto avrebbe irrimediabilmente compromesso l'organo prima ancora del trapianto. Sebbene l'uso di semplici borse frigo sia stato comune in passato per il trasporto degli organi, i protocolli moderni e le linee guida stanno sempre più richiedendo l'uso di contenitori specifici e tecnologicamente avanzati per garantire la massima sicurezza e vitalità degli organi.
Il giallo del ghiaccio secco e lo scontro tra le équipe
Secondo le ricostruzioni, il cuore del donatore è arrivato a Napoli gravemente danneggiato. La causa? Il contatto diretto con il ghiaccio secco fornito dal personale della sala operatoria di Bolzano ai medici giunti dal capoluogo campano. I carabinieri del Nas hanno già effettuato i primi rilievi nel presidio altoatesino per identificare gli addetti all'officina ospedaliera e l'operatore socio-sanitario in servizio durante le fasi di espianto.
Il pubblico ministero Giuseppe Tittaferrante e il procuratore aggiunto Antonio Ricci ipotizzano il reato di omicidio colposo. Sotto la lente d'ingrandimento non ci sono solo i sette medici napoletani già iscritti nel registro degli indagati, ma anche due sanitari di Bolzano. Il nodo della contesa riguarda la violazione delle linee guida: l'ospedale Monaldi dispone del sistema "Paragonix", un dispositivo di trasporto all'avanguardia che però non è stato utilizzato in questa occasione. Sebbene l'uso del Gio'Style non sia vietato dalle norme, la gestione della temperatura è diventata l'elemento critico che ha scatenato lo scaricamento di responsabilità tra le due strutture sanitarie. La questione centrale rimane: chi ha messo l’organo nel ghiaccio secco, provocandone il danno irreparabile?
Le accuse reciproche e l'audio della verità
Mentre l'Azienda dei Colli (da cui dipende il Monaldi) punta il dito sulla fornitura del ghiaccio errato, il dipartimento di prevenzione di Bolzano ha inviato al Ministero della Salute una relazione che parla di "criticità" proprio nella procedura di espianto eseguita dai chirurghi napoletani. In questo clima di tensione, emerge un dettaglio agghiacciante: l'équipe guidata dal primario Guido Oppido avrebbe iniziato l'intervento sul bambino senza avere la certezza assoluta della corretta conservazione dell'organo.
Ad aggravare la posizione del chirurgo c'è un file audio depositato in Procura dalla madre di Domenico, Patrizia Mercolino. Nella registrazione, effettuata subito dopo un consulto nazionale, si sentirebbe il medico ammettere di aver insistito nel definire il bambino "trapiantabile" fino a poche ore prima del decesso solo per "disperazione". Un'ammissione che, se confermata, getterebbe una luce ancora più cupa sulla gestione clinica del caso.
La parola passa ora al collegio di esperti che, durante l'imminente incidente probatorio, dovrà stabilire se quel cuore potesse effettivamente battere ancora o se fosse già stato "bruciato" dal gelo di un trasporto inadeguato.