Vince il Napoli. E già questo, in una corsa Champions che assomiglia sempre più a una maratona sulle ginocchia, è una notizia. Ma a Verona gli azzurri si portano a casa tre punti con più ombre che luci, in una serata lenta, prevedibile, quasi scolastica.
Il copione è quello solito contro le piccole: palla in verticale a cercare Hojlund come unico leitmotiv offensivo. Un’idea reiterata fino allo sfinimento. Il Verona – squadra in evidente difficoltà – resta in partita, anzi ci crede. E il Napoli rischia seriamente di buttare alle ortiche una gara che avrebbe dovuto chiudere molto prima.
Al netto dei demeriti tecnici, però, resta una costante che accompagna la stagione: gli episodi. Il gol scaligero nasce da un contatto Bowie–Buongiorno che definire dubbio è esercizio di diplomazia. Per l’arbitro Andrea Colombo tutto regolare. Si gioca. Si segna. Si incassa.
È lo stesso Colombo che, qualchesettimana fa, non ravvisò un evidente fallo da ultimo uomo di Ndicka su Hojlund. Coincidenze. Sliding doors. Visioni selettive.
Poi c’è l’intervento di Suslov. Giallo. Solo giallo. Nonostante dinamica, intensità e punto d’impatto raccontassero altro. E qui il déjà-vu diventa quasi comico: come già accaduto con Daniele Chiffi a Bergamo, niente on field review. Nessuna chiamata dal VAR. Nessuna corsetta verso il monitor.
In una stagione che racconta un dato surreale: alla voce “on field review” a favore del Napoli, il numero è zero. Unica squadra in Serie A. Zero. Nemmeno per sbaglio, nemmeno per statistica, nemmeno per errore compensativo.
È un caso? Forse sì. Forse no. Forse è solo una curiosa anomalia matematica.
Capitolo Hojlund. Il centravanti viene sistematicamente strattonato, caricato, trattenuto, accompagnato a terra con metodi che oscillano tra la marcatura e il taekwondo. Fischio? Raramente. Serve un colpo rotante alla testa per ottenere un calcio di punizione.
Il messaggio implicito sembra chiaro: se sei grosso puoi sopportare. Se resti in piedi, non è fallo. Se cadi, probabilmente stai accentuando.
Il Napoli vince, sì. E in classifica conteranno solo quelli. Ma resta un retrogusto amaro: per una prestazione che non convince e per una gestione degli episodi che, nel dubbio, sembra sempre orientata nella stessa direzione.
Magari è solo una suggestione. Magari è statistica. Magari è percezione. Tipo quella sulla buonafede citata da Rocchi: la percezione è che vacilla.