Schlein: battaglia nel merito, non contro il governo. «Se vince il No non chiederemo le dimissioni del governo». È netta la posizione della segretaria del Pd Elly Schlein, che prova a disinnescare la lettura politica del referendum sulla riforma della giustizia. La leader dem chiuderà la campagna sul palco insieme a Giuseppe Conte e ai vertici di Avs, ma chiarisce che la sfida con la destra si giocherà «alle elezioni politiche del 2027».

Schlein parla di una riforma «sbagliata e dannosa», che non migliorerebbe il servizio per i cittadini e metterebbe a rischio l’indipendenza della magistratura. E respinge anche l’ipotesi di un effetto diretto sulla sua leadership nel centrosinistra in caso di vittoria del Sì: «Noi andremo avanti con il nostro lavoro».

Il centrodestra: niente rissa politica

Per un giorno le parole della segretaria Pd trovano una sponda inattesa nel vicepremier Antonio Tajani, che invita a non trasformare il voto in «una rissa politica». Il referendum, sostiene, non sarebbe contro qualcuno ma per avviare un cambiamento.

Sulla stessa linea Matteo Salvini, che insiste sulla necessità di restare nel merito della riforma, definita «l’unica soluzione per sanzionare i magistrati che sbagliano». Il leader della Lega avverte che l’astensione favorirebbe il No e si dice dispiaciuto per i toni alti, citando le parole del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, secondo cui per il Sì voterebbero mafiosi, indagati e massoni.

Le parole dei magistrati e le reazioni

Le dichiarazioni di Gratteri hanno trovato eco in quelle del procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, che ha denunciato una campagna per il Sì fondata sulla delegittimazione della magistratura. «Ci saranno persone perbene che voteranno Sì», ha precisato, ma ha aggiunto di ritenere che mafiosi e grandi criminali potrebbero sostenere la riforma proprio per questo presupposto.

Dal centrodestra è arrivato un coro di critiche. Esponenti di Forza Italia e Fratelli d’Italia parlano di parole «inaccettabili» e invitano a evitare generalizzazioni che rischiano di inasprire ulteriormente il clima.

Intanto a Roma, davanti alla Corte di Cassazione, prende il via la maratona oratoria promossa dai comitati per il Sì, tra cui la Fondazione Einaudi e le Camere penali, per spiegare le ragioni della separazione delle carriere.

Il caso Gelli e la nuova polemica

A riaccendere il confronto è anche la disputa sulle parole attribuite a Licio Gelli. Il figlio Maurizio, in un’intervista, ha sostenuto che la separazione delle carriere, il presidenzialismo e i test psicoattitudinali per i magistrati fossero idee già presenti nel progetto politico del padre e che oggi voterebbe Sì.

Il Pd chiede al governo di dissociarsi, mentre Conte attacca sostenendo che la riforma avrebbe «il copyright di Gelli». Dal centrodestra si replica ricordando che alcuni punti richiamati figuravano anche in programmi sostenuti in passato dal Movimento 5 Stelle.

Il confronto resta acceso, ma a pochi giorni dal voto tutti i protagonisti dichiarano di voler riportare il dibattito sul terreno dei contenuti. La campagna entra nella fase finale con un clima teso e un Paese diviso.