Benevento

Il pm Marilia Capitanio aveva chiesto l'ergastolo, l'avvocato Nicola Covino l'assoluzione del suo assistito per la totale (in subordine, parziale) incapacità di intendere e di volere.

Alle 13.20 la sentenza della Corte di assise ((presidente Rotili,a latere Monaco più i giudici popolari), che ha inflitto il carcere a vita a Benito Miarelli, il 59enne di Pannarano che dal 4 luglio 2024 è detenuto a Capodimonte con l'accusa di aver ammazzato, soffocandolo prima e decapitandolo poi con un'accetta, mentre era a letto, il fratello Annibale, 70 anni, di cui aveva successivamente portato la testa in strada, appoggiandola su un muretto.

Un omicidio con “modalità feroci, efferate e disumane per le quali l'imputato deve pagare il suo debito verso i familiari, la comunità di Pannarano e la società civile, sconvolte dall'accaduto”, aveva tuonato il Pm durante la sua requisitoria, ricordando le “confessioni rese da Miarelli”, le telefonate che nella serata del 3 luglio erano arrivate ai carabinieri: la prima, intorno alle 21.45, di un vicino che aveva segnalato la presenza nel cortile dell'abitazione dei fratelli “una cosa strana, la testa di un uomo”, l'altra, venti minuti più tardi, di Benito, che affermava di aver combinato un guaio: “Aggiù tagliat a cap e fratm..”.

La dottoressa Capitano aveva sottolineato che nell'immediatezza Miarelli aveva spiegato di “aver ricevuto un ordine da S. Antonio, Annibale non si comportava bene nell'ultimo periodo, aveva iniziato a frequentare i testimoni di Geova”. Agghiacciante la scena nella camera in cui si trovava la vittima, con il “sangue colato dal materasso del letto sul pavimento, schizzi ematici sulle pareti”.

Una scena impossibile da dimenticare, ma Miarelli, contrariamente a quanto sostenuto dal dottore Fernando Melchiorre, suo consulente, era stato giudicato capace di intendere e di volere sia dal consulente della Procura, il dottore Alfonso Tramontano, sia dal perito nominato dalla Corte, il dottore Vincenzo Scarallo, che aveva definito Miarelli privo di “segni di intossicazione cronica da alcol”, “vigile ed orientato”, “consapevole di vivere abnormi psichici” -allucinazioni, il sentire le voci - correlati al consumo dell'alcol che non gli ha comportato conseguenze organiche come la sofferenza epatica o la neuropatia periferica”.

Conclusioni fermamente contrastate dall'avvocato Covino, per il quale “quella sera Benito non era lucido, farfugliava, e non ha avuto l'istinto di nascondersi, di scappare”. Rivolgendosi alla Corte, aveva aggiunto: “Trovate qualcosa di normale nell'atteggiamento di un uomo che era sempre stato in pace con genitori e fratelli? E' un delitto senza movente, né economico né legato a contrasti, il frutto di uno scollamento dalla realtà. Davvero credete che abbia ucciso dopo un litigio perchè Annibale non prendeva i farmaci di cui necessitava?”.

E ancora: “Non ha organizzato nulla, non c'è la prova che bevesse ogni giorno, lui è confuso, continua a vedere il demonio, si sentiva comandato da una entità superiore. Non ha ancora adesso realizzato ciò che ha combinato, mi ha nuovamente ripetuto di aver ricevuto un colpo alla testa. Aveva da tempo problemi psicologici e psichiatrici, lui non mente, è veramente pazzo”, la chiosa finale del legale. Poi la camera di consiglio e la decisione.

Arrestato dai carabinieri, l'allora 57enne aveva fatto riferimento, nell'immediatezza, e,non solo, ad un ordine ricevuto da Sant'Antonio; poi aveva sostenuto di aver sentito una voce che lo aveva spinto a scagliarsi contro il povero Annibale. Durante l'interrogatorio dinanzi al gip Vincenzo Landolfi, aveva rivendicato la sua convinzione sul fatto che Annibale fosse posseduto dal diavolo, e che l'unica possibilità di allontanare il demonio anche da sè fosse legata al delitto di Annibale, che un anno e mezzo prima aveva lasciato Roma, dopo la morte della moglie, ed era tornato a Pannarano.

Un omicidio atroce contestato con le aggravanti della crudeltà e della stabile convivenza riconosciute dalla Corte, che in apertura dell'udienza aveva detto no, in linea con la valutazione delle parti, alla richiesta di riprese avanzata da 'La vita in diretta'. Novanta i giorni per il deposito delle motivazioni della sentenza, che dovrà essere pubblicata nei comuni di Pannarano e Benevento e sul sito del ministero dell'Interno.