Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto a NBC News che l’Iran “vuole fare un accordo”, ma che lui “non vuole farlo” perché le condizioni “non sono ancora abbastanza buone”. Nelle stesse dichiarazioni ha lasciato intendere che l’abbandono completo delle ambizioni nucleari iraniane resta uno dei punti centrali della posizione americana.
Trump ha anche rilanciato la pressione sugli alleati perché contribuiscano alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, la rotta energetica più sensibile del Golfo. Secondo Reuters, Washington sta cercando un coinvolgimento più ampio di altri Paesi per mantenere aperto il passaggio marittimo, mentre l’interruzione del traffico sta già pesando sui mercati energetici globali.
Restano invece da maneggiare con prudenza le affermazioni più dure attribuite a Trump sulla distruzione dell’isola di Kharg, nodo chiave per l’export petrolifero iraniano: le parole del presidente sono state riportate da più media, ma i danni effettivi e completi sull’infrastruttura non risultano verificati in modo indipendente nelle fonti consultate.
Il fronte diplomatico e l’appello del Papa
Sul piano diplomatico, i tentativi di mediazione appaiono ancora bloccati. Reuters riferisce che gli sforzi di cessate il fuoco promossi da vari Paesi mediorientali sono stati respinti da Washington, mentre anche Teheran continua a legare qualsiasi apertura alla fine degli attacchi.
Nella mattinata di domenica il Papa Leone XIV, durante l’Angelus, ha chiesto ai responsabili del conflitto di fermare la guerra, denunciando il costo umano della crisi e richiamando anche la situazione del Libano. Il riferimento corretto, verificato da fonti internazionali, è a Leone XIV e non a “Leone X”.
Israele, Libano e nuova escalation
Intanto il conflitto continua ad allargarsi sul terreno. Reuters segnala che Israele e Libano si preparano a colloqui diretti, ma senza una data fissata e in un quadro ancora segnato dai combattimenti con Hezbollah. Nello stesso tempo le dichiarazioni del ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar indicano che non sono previsti colloqui diretti immediati nei prossimi giorni.
Sempre sul versante israeliano, diversi media hanno riferito di un nuovo stanziamento d’emergenza da 2,6 miliardi di shekel, pari a circa 827 milioni di dollari, per esigenze militari urgenti. La misura, riportata da testate israeliane e ripresa da agenzie internazionali, viene collegata alla necessità di munizioni e sistemi avanzati mentre la guerra entra nella sua terza settimana.
Hormuz, petrolio e ricadute globali
Il punto più delicato resta però lo Stretto di Hormuz. Secondo Reuters, il conflitto ha già compromesso pesantemente i flussi energetici e contribuito al rialzo del petrolio, mentre l’ipotesi di una coalizione internazionale per proteggere la navigazione viene discussa ma non ha ancora prodotto impegni definitivi da parte di tutti i Paesi coinvolti.
Il nodo di Hormuz pesa anche su trasporti, logistica e grandi eventi. La Formula 1 ha cancellato i Gran Premi del Bahrein e di Jeddah previsti per aprile, citando la situazione di sicurezza in Medio Oriente; secondo le fonti consultate, le due gare non saranno sostituite nell’immediato e il calendario 2026 scende così da 24 a 22 appuntamenti.
Il quadro delle prossime ore
La giornata conferma dunque tre elementi: la linea dura di Trump, l’assenza di un vero canale negoziale e il rischio crescente di un impatto regionale e globale, dall’energia ai trasporti. Le parole più forti che arrivano dai protagonisti vanno però distinte dai fatti verificati: tra dichiarazioni belliche, propaganda e accuse incrociate, il quadro resta fluido e in continua evoluzione.