Napoli

La guerra impazza. Ovunque. Come non mai. Ma temo che il suo primo campo di battaglia sia dentro di noi. Non ha pausa il conflitto: si insinua in ogni luogo, visibile quanto invisibile, e diventa presto un’abitudine dell’animo prima ancora che un evento della storia. Ma niente è peggio di questa aria greve in cui l’uomo non sembra più trovar pace. Neppure cercarla. Men che meno volerla. Già la pace. L’equilibrio. Quell’equidistanza fragile e preziosa tra il bisogno di uno e il volere di tutti. Il silenzio parlato e laborioso dentro cui condividiamo il tempo, le occupazioni, i progetti, le sconfitte e, in definitiva, il futuro.

La pace non è inerzia, non è resa: è costruzione lenta, quotidiana, imperfetta. È ciò che Erasmo da Rotterdam, nel suo Querela pacis, chiamava “la sola condizione nella quale l’uomo possa essere veramente uomo”. E tuttavia proprio questa fatica condivisa sembra oggi la più difficile da accettare. La guerra - anche quando è dichiarata “giusta”, ancor peggio se “di religione”  non ha nessun domani. Si ferma sull’uscio della porta che potrebbe spingerci all’incontro, al confronto e alla crescita sociale, senza mai oltrepassarlo. È sempre misura di grettezza oscura e retrograda, regressione e stasi di un mondo che invece, per sua natura, vive per mutare e crescere incessantemente. Se non lo fa, ogni suo giorno diventa freddo e inutile e ogni speranza è vanificata dal fragore del contendersi ciò che non può essere davvero tramandato, perché dura soltanto il breve tempo di un dominio imperfetto e brutale.

Immanuel Kant, nel suo progetto filosofico Per la pace perpetua, scriveva che la guerra non può mai essere un mezzo legittimo per affermare il diritto. È piuttosto la sospensione del diritto stesso: un vuoto morale nel quale l’uomo si illude di vincere qualcosa mentre, in realtà, perde la parte migliore di sé.Tutto è in discussione. I territori a est come quelli a ovest. Gli uomini lungimiranti e quelli ottusi. Le straordinarie conquiste ottenute e le oasi di culture e affetti ferme nel tempo.

Perfino i più miti cambiamenti sembrano diventare strumenti collettivi di divisione, di becera appartenenza e di rese dei conti. Come se il fine che stiamo perseguendo potesse riguardare solo una parte dei presenti. Chi governa dovrebbe ascoltare prima di affermare, convenire prima di sancire, allargare il campo ben prima di sintetizzarlo in un unico punto di vista, una legge, un balzello — per quanto confutabile o abrogabile.

E chi è governato avrebbe, tra gli altri, lo straordinario compito del dire, del suggerire, del confutare, del partecipare e perfino del protestare. Non per partito preso, ma per il bene comune. Mi chiedo dove alberghino oggi questi principi, da entrambe le parti in conflitto, che riguardino l’Italia o il mondo intero. Le bieche contrapposizioni non sono un bene per nessuno e restano sul campo, ben oltre la battaglia. Non parliamo poi se si tratta di una guerra: l’epilogo inaccessibile e irrefrenabile del più grande degli odi, o talvolta soltanto dei capricci. Il marchio a fuoco della guerra non distingue davvero tra vincitori e vinti.

Come ammoniva Tucidide, cronista implacabile della violenza umana, “la guerra è una maestra violenta”: insegna molto, ma quasi sempre le lezioni peggiori — la brutalità, la diffidenza, la paura. Nasce sempre da qui la fine delle cose, anche delle più virtuose: da un’idea tutta umanoide di prevalenza che non segue i principi della natura, del destino e neppure della condiscendenza lenta, lungimirante e necessaria, ma quelli di una chiamata superiore alle armi - anche solo ideologiche - orientata allo sterile dominio e alla manipolazione della Terra e dei suoi popoli. E quando la guerra diventa linguaggio, quando la contrapposizione diventa l’unica grammatica possibile, allora il mondo non cresce più. Sopravvive soltanto. E sopravvivere, per una civiltà, è spesso il modo più lento per cominciare a scomparire.