Atripalda

di Paola Iandolo 

Si è avvalso della facoltà di non rispondere il ventenne di Atriaplada comparso davanti al gip del tribunale di Matera con le accuse di truffa e sottoposto ai domiciliari. Il giovane, affiancato dall'avvocato Alfonso Maria Chieffo, nel corso dell'interrogatorio di garanzia ha fatot scena muta, non fornendo alcun elemento utile alle indagini. Il legale è già a lavoro per presentare ricorso davanti al tribunale del Riesame di Potenza. La truffa - nel febbraio del 2025 - era andata a segno dal momento che la donna aveva consegnato dapprima 900 euro e successivamente un importo complessivo di 11.000 euro, oltre a numerosi monili in oro

La ricostruzione

Stando a quanto ricostruito dagli investigatori, il ventenne con complice avrebbe utilizzato lo schema tipico delle truffe in danno agli anziani. La vittima sarebbe stata contattata telefonicamente da due persone che si sono presentate come un carabiniere e un avvocato. Alla donna è stato riferito che un suo congiunto era rimasto coinvolto in un incidente stradale, durante il quale avrebbe investito una donna con un bambino, e che si rendeva necessario pagare con urgenza spese legali e risarcimenti per evitare conseguenze penali. Quando l'anziana ha chiesto di potere parlare con il congiunto i due truffatori le hanno risposto che il maresciallo dei carabinieri lo stava già interrogando per ricostruire la dinamica del sinistro. Il tutto per farlo risultare ancora più credibile.

Il ruolo del complice

Nel corso della telefonata, il presunto avvocato avrebbe spiegato di non poter raggiungere personalmente l’abitazione, annunciando l’invio di un incaricato per ritirare il denaro. Poco dopo si sarebbero presentate alcune persone, tra cui il giovane irpino arrestato, che con questo pretesto si sarebbero fatti consegnare dalla donna contanti  oltre ad oggetti in oro per un valore complessivo di circa diecimila euro. Le indagini hanno preso avvio dall’analisi dei tabulati telefonici: le schede utilizzate per le chiamate risultavano intestate a cittadini del Bangladesh residenti tra Emilia-Romagna e Veneto, elemento che ha fatto ipotizzare agli investigatori l’esistenza di una rete organizzata alle spalle della truffa.