Casoria

Il coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani presieduto Romano Pesavento, richiama con forza ll’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sulla vicenda di Anna Combatti, madre caregiver di Casoria, in provincia di Napoli.

Il nickname che ha scelto su facebook - "Anna combatti" - dice tutto: è la sintesi di una vita vissuta in trincea, tra cura incessante, fatica e rivendicazione di diritti che, per una società giusta, dovrebbero essere garantiti e non conquistati giorno dopo giorno.

Da sedici anni Anna assiste il figlio, un ragazzo affetto da disabilità gravissima, totalmente dipendente da macchinari salvavita e da un’assistenza continua senza la quale non potrebbe sopravvivere.

La loro quotidianità è fatta di sacrifici estremi, di notti senza riposo, di una presenza costante che supplisce alle carenze di un sistema pubblico spesso insufficiente. Attraverso i social, Anna ha scelto di raccontare questa realtà senza filtri, mostrando anche gli aspetti più duri, per dare voce a una condizione che riguarda molte famiglie ma che raramente trova spazio nel dibattito
pubblico.

Negli ultimi mesi, questa testimonianza si è trasformata in una denuncia ancora più forte. Una
decisione giudiziaria ha ridotto il sostegno economico destinato al figlio, motivando tale scelta con la limitatezza delle risorse disponibili, mentre un successivo ricorso è stato respinto dal Tribunale
amministrativo regionale.

In queste pronunce Anna ha colto un segnale inquietante: la percezione che il diritto alla vita e alla dignità possa essere, nei fatti, subordinato a logiche di bilancio.

A rendere ancora più drammatico il quadro si aggiungono gli attacchi ricevuti online, con messaggi che hanno superato il limite del confronto civile per sfociare in forme di violenza verbale e disumanizzazione.

Nonostante ciò, Anna continua a rivendicare con forza un principio essenziale: i diritti non possono dipendere dalla disponibilità economica né essere messi in graduatoria.

Questa vicenda evidenzia una frattura profonda tra i principi sanciti dalla Costituzione e la loro applicazione concreta. Il diritto alla salute, come ribadito dalla corte costituzionale italiana, rappresenta un limite ai vincoli di bilancio e non può essere compresso quando si tratta di garantire prestazioni essenziali. Tuttavia, nella realtà quotidiana, emergono situazioni in cui questo diritto appare fragile, incerto, condizionato.

Il Cnddu esprime piena solidarietà ad Anna Combatti e alla sua famiglia, riconoscendo nella sua voce non solo il dolore di una madre, ma anche la dignità di una cittadina che esercita fino in fondo il proprio diritto di denuncia e partecipazione.

Allo stesso tempo, rivolge un appello al presidente della Regione Campania, Roberto Fico, e al Ministro della salute, Orazio Schillaci, affinché venga garantita una verifica concreta della situazione e siano adottate tutte le misure necessarie per assicurare livelli essenziali di assistenza realmente esigibili, soprattutto nei casi di disabilità gravissima.

Il dialogo tra istituzioni regionali e nazionali sui temi della sanità è già in corso e rappresenta un passaggio fondamentale per affrontare criticità strutturali del sistema .

Il rischio più grande è che tutto questo venga progressivamente accettato come normale. Quando una madre è costretta a combattere per ottenere ciò che dovrebbe essere garantito, quando la sopravvivenza di una persona dipende da decisioni che tengono conto più dei bilanci che dei bisogni reali, allora non è solo una vicenda personale a essere in discussione, ma il senso stesso di giustizia.

Per questo il Cnddu ritiene che questa storia debba diventare occasione di riflessione e trasformazione anche sul piano educativo. Propone l’introduzione nelle scuole di un percorso innovativo, il “Laboratorio di giustizia vivente”, che si distingue dalle pratiche più diffuse perché parte da casi reali, contemporanei, mettendo gli studenti di fronte a storie concrete come quella di Anna e di molte altre famiglie che vivono condizioni analoghe.

In questo modo, la scuola diventa un luogo in cui il diritto non è soltanto studiato, ma interrogato nella sua applicazione reale. Gli studenti sono chiamati a confrontarsi con la distanza tra norme e vita vissuta, sviluppando una coscienza critica capace di trasformarsi in responsabilità civile. Anche le persone più fragili e spesso invisibili trovano così spazio e dignità all’interno del percorso educativo, non come oggetto di pietà, ma come soggetti portatori di diritti.

La storia di “Anna combatti” ci ricorda che i diritti non sono mai definitivamente acquisiti e che la loro tutela dipende dalla capacità collettiva di riconoscerli, difenderli e renderli realmente effettivi".