A Pontida, nel luogo simbolo della nascita del movimento bossiano, l’ultimo saluto a Umberto Bossi si è trasformato anche in una resa dei conti politica. Accanto alla commozione per il fondatore della Lega, morto il 19 marzo a 84 anni, è riemersa con forza la nostalgia di una parte della vecchia base per il partito delle origini, quello della secessione, del federalismo spinto e della parola d’ordine “Padroni a casa nostra”. Ai funerali nel monastero di San Giacomo erano presenti centinaia di militanti e i vertici istituzionali e di governo, ma il clima è stato segnato anche da cori e contestazioni rivolti a Matteo Salvini.
L’accusa del vecchio Nord
A dare voce al malessere dell’ala più legata al fondatore è stato soprattutto Roberto Castelli, storico esponente del cosiddetto cerchio magico del Senatùr. A margine della cerimonia ha parlato di “eredità tradita”, sostenendo che la Lega guidata da Salvini abbia conservato il nome ma non più la natura originaria del movimento. È il punto politico centrale emerso a Pontida: per una parte dei militanti il passaggio dalla Lega Nord territoriale alla formazione nazionale salviniana ha svuotato il nucleo identitario costruito da Bossi. Le contestazioni al segretario, con inviti a lasciare la camicia verde e accuse di tradimento, hanno fotografato una frattura che la giornata non ha ricomposto.
La difesa del nuovo corso
Dentro la stessa Lega, però, non tutti leggono l’eredità di Bossi come una rottura consumata. Massimiliano Romeo ha parlato di una “rivoluzione da concludere”, mentre Riccardo Molinari ha rivendicato la continuità del progetto autonomista, indicando nell’autonomia differenziata un approdo coerente con il pensiero del fondatore. È la linea dei dirigenti che difendono l’attuale assetto del partito: meno mitologia secessionista, più battaglia istituzionale sulle competenze regionali e sul peso del Nord nel rapporto con lo Stato centrale. Ma proprio la differenza tra queste due letture, quella sentimentale e identitaria della base storica e quella politico-istituzionale dell’attuale classe dirigente, è apparsa evidente lungo tutta la giornata.
Il nodo politico che resta aperto
La morte di Bossi riporta così in superficie una domanda che accompagna da anni il partito: che cosa resta davvero del suo impianto originario. Il fondatore della Lega Lombarda, poi della Lega Nord, aveva segnato la politica italiana con una proposta radicale di rappresentanza del Settentrione, trasformando una forza territoriale in un soggetto decisivo negli equilibri del centrodestra. Negli anni successivi, e soprattutto con la leadership di Salvini, quella traiettoria è stata progressivamente riorientata verso una forza nazionale, sovranista e centralizzata nella comunicazione e nella linea politica. Per questo l’addio di Pontida non è stato solo un funerale, ma anche il ritorno di un conflitto irrisolto sulla memoria e sul futuro del partito.