Con la riforma della giustizia respinta dagli elettori, il giorno dopo il voto si apre nel segno dell’autocritica e dello scontro politico. Il ministro Carlo Nordio ha rivendicato la paternità dell’impianto bocciato dal referendum e si è assunto “la responsabilità politica” della sconfitta, includendo fra i propri errori anche i “difetti di comunicazione o impostazione”. Un passaggio che segna il tentativo di disinnescare le richieste di dimissioni arrivate dall’opposizione, mentre il risultato del referendum viene letto ormai da tutti come un test politico sul governo Meloni più che come un giudizio tecnico sulla sola riforma.
Nordio attacca l’Anm
Nella sua ricostruzione, Nordio non ha però limitato il discorso all’autocritica. Il Guardasigilli ha indicato nell’Anm “la vera vincitrice” del voto, sostenendo che da questo momento l’associazione delle toghe eserciterà una forte pressione politica e definendola un “soggetto politico anomalo” con cui, prima o poi, dovrà misurarsi anche la sinistra. È il segno che, dopo il referendum, il conflitto tra esecutivo e magistratura non si chiude affatto: cambia forma, ma resta al centro del confronto pubblico.
Il ministro ha poi allargato lo sguardo sia all’opposizione sia alla maggioranza. Da un lato prevede una competizione interna al centrosinistra per intestarsi il successo del No; dall’altro prova a blindare il suo dicastero sui dossier più delicati. Sulla capo di gabinetto Giovanna Bartolozzi ha detto che la sua posizione “non è in discussione”, mentre sul sottosegretario Andrea Delmastro si è detto convinto che chiarirà. Una linea di tenuta interna che serve a evitare che la sconfitta referendaria si trasformi in una resa dei conti immediata dentro il centrodestra.
Conte apre alle primarie
Sul fronte opposto, Giuseppe Conte usa il risultato per alzare la pressione sul governo e rilanciare il tema dell’alternativa. Il leader del Movimento 5 Stelle ha sostenuto che, dopo questa bocciatura, “si deve dimettere tutto il governo” e si è detto disponibile a correre per eventuali primarie del centrosinistra. Ma ha posto condizioni nette: nessuna consultazione chiusa negli apparati, soltanto primarie aperte e capaci di intercettare la partecipazione dei cittadini. Prima, ha aggiunto, dovrà comunque sentire gli organi del movimento e la propria base.
Le parole di Conte si inseriscono in un quadro più ampio. Dopo il referendum, il campo dell’opposizione prova a capitalizzare una vittoria che rafforza l’idea di un asse tra Pd, M5s e altre forze del centrosinistra, mentre dentro la maggioranza la premier Giorgia Meloni difende la continuità dell’azione di governo nonostante il colpo politico subito. I dati del voto, con il No vicino al 54 per cento e un’affluenza attorno al 59 per cento, hanno dato alla consultazione un peso ben superiore a quello previsto alla vigilia.
Il dopo voto
Il punto, adesso, non è soltanto capire che cosa resterà della riforma voluta da Nordio, ma misurare gli effetti del referendum sugli equilibri politici dei prossimi mesi. Per il governo è la prima vera battuta d’arresto su un terreno simbolico. Per l’opposizione è un successo che può riaprire la partita della leadership comune, ma anche alimentare nuove rivalità. È qui che si giocherà il passaggio successivo: trasformare un No referendario in una proposta politica stabile, oppure disperderlo in una nuova competizione interna.