Avellino

Non ci ha pensato due volte e ha chiesto ai suoi figli Bianca e Ottavio di accompagnarlo al seggio. E' arrivato nel seggio di via Palatucci, ad Avellino, domenica mattina su una carrozzella e con il sostegno dell'ossigeno a 96 anni per una scelta di morale, coerenza, di vita. Franco Amato fa parte di quella generazione di uomini nati e cresciuti nella coerenza, nel rispetto di stato e leggi per una naturale vocazione familiare.

Una famiglia di magistrati 

Classe 1929 ha visto scorrere tutti gli avvenimenti cruciali del secolo scorso: guerra, costituente, fascismo in una Sicilia popolata da magistrati operosi e coraggiosi, impegnati nel rappresentare legge e stato in territori troppo spesso terra di nessuno. La famiglia paterna di Franco Amato affonda le sue radici nella magistratura e nel diritto. Il nonno, Pietro Amato, ricoprì alti incarichi giudiziari fino a divenire consigliere della Corte di Cassazione. Secondo la memoria familiare, in precedenza esercitò anche funzioni requirenti a Corleone e ricoprì la presidenza della Corte d’Appello di Caltanissetta. Il padre, Ottavio Amato, svolse a sua volta la carriera in magistratura  tra Palermo, Acri e Arezzo. Anche il fratello di Franco, Elio Amato, fu magistrato: svolse funzioni requirenti come sostituto procuratore a Nuoro e lasciò poi un ricordo profondo ad Arezzo, dove esercitò a lungo. Gli altri fratelli, Pietro, Ugo e Aldo, esercitarono la professione forense; a Pietro Amato fu conferita l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

La famiglia e il senso dello Stato

È una storia familiare segnata dal senso dello Stato, dal diritto e dall’esercizio della giustizia, maturata anche in luoghi difficili segnati dalla presenza mafiosa. Se la linea paterna trasmise a Franco Amato il senso della giustizia e dello Stato, la figura materna contribuì in modo decisivo alla sua educazione civile e politica. La madre, Ninfa Vanasco, appartenne al Movimento Femminile della Democrazia Cristiana negli anni del dopoguerra e della stagione di De Gasperi. In lei si ritrovavano il rigore, la partecipazione e l’idea della politica come responsabilità morale: valori che avrebbero segnato profondamente anche il percorso umano e pubblico del figlio. 

Il rigore e formazione politica

Fu in questo contesto familiare che maturò la formazione di Franco Amato, approfondita, secondo la memoria familiare, anche attraverso un corso politico alla Camilluccia, storico luogo di formazione della classe dirigente democristiana. Da quelle radici nacque il suo modo di intendere la politica: serietà, appartenenza, senso del dovere. All’interno della Democrazia Cristiana svolse per lunghi anni funzioni organizzative e di responsabilità, come funzionario del Comitato provinciale e della segreteria tecnica, assumendo anche incarichi commissariali. Fu un impegno vissuto con continuità e discrezione, fino a continuare a dare il proprio contributo anche dopo il pensionamento con lo stesso spirito di appartenenza di sempre. Al termine della sua attività, ricevette un riconoscimento ufficiale per il lungo servizio prestato alla Democrazia Cristiana, svolto con discrezione, fedeltà e senso delle istituzioni.

 

Che cosa significa per lei, oggi, la parola “resistenza”?

«Per me resistenza non è una parola astratta, né uno slogan da usare nelle occasioni. Resistenza significa restare fedeli a ciò in cui si crede, anche quando il tempo cambia i linguaggi, i partiti, i volti e perfino i costumi. Significa non lasciarsi trascinare dalla convenienza del momento. Io appartengo a una generazione che ha imparato a considerare la vita pubblica una cosa seria. Per questo, quando sento parlare di resistenza, penso prima di tutto alla resistenza morale: resistere alla superficialità, alla corruzione delle idee, all’arrivismo, alla tentazione di piegare tutto all’interesse personale. In questo senso, resistere oggi vuol dire custodire i valori e non consentire che vengano svuotati, vuol dire difendere il senso morale della vita pubblica.»

In che modo i valori con cui è cresciuto hanno inciso sulla sua scelta di andare a votare?

«Hanno inciso molto, perché io sono cresciuto in una famiglia di giuristi nella quale il senso dello Stato, delle istituzioni e della responsabilità personale non erano parole vuote. Erano parte della vita quotidiana. Ho imparato presto che certi principi non si professano soltanto, ma si testimoniano nei comportamenti. Anche nel mio lavoro e nella mia militanza ho cercato sempre di attenermi a questa idea. Ho conosciuto persone importanti, ho lavorato accanto a figure influenti, ma non ho mai pensato che quei rapporti dovessero servire per ottenere vantaggi personali. Per me la politica non è mai stata questo. È sempre stata serietà, rigore, senso del dovere. Andare a votare, anche nelle mie condizioni, è stato un gesto coerente con tutto questo. Non eccezionale: coerente.»

Perché ha deciso di recarsi alle urne nonostante le condizioni di salute e che valore ha avuto per lei?

« Ho voluto recarmi alle urne perché ho sempre considerato il voto un dovere di coscienza, oltre che un diritto e finché una persona è in grado di esprimere una scelta, quella scelta ha un valore, e rinunciarvi mi sarebbe sembrato quasi un venir meno a me stesso. Lo Stato è una cosa seria e credo che gli equilibri istituzionali vadano toccati con grande prudenza. Le istituzioni si possono migliorare, certamente, ma senza farne terreno di scontro politico. Non mi sono mai piaciute le scorciatoie, né nella vita né nella politica e ho sempre diffidato delle riforme che nascono in un clima troppo segnato dalla contrapposizione.  Questa riforma, inoltre, mi è sembrata nascere in un clima politico sbagliato. Ho avvertito un’ombra preoccupante: l’idea che la giustizia e perfino la Costituzione potessero essere ritoccate mentre una parte della politica appariva impegnata anche a regolare i propri conti con la magistratura. In un simile contesto, il rischio è che una riforma istituzionale perda limpidezza e venga percepita come piegata a interessi meno alti di quelli che dovrebbero guidare una riforma dello Stato. Per questo non ho potuto non vedere, in questa riforma, il pericolo che una materia così alta come la giustizia venisse trascinata dentro interessi più contingenti e meno limpidi.

Quali pericoli vede nel momento storico e politico che stiamo vivendo?

«Il pericolo più grande, secondo me, è la perdita del senso del limite e del rispetto reciproco tra le istituzioni. Quando la politica comincia a vivere tutto come prova di forza, e quando ogni riforma viene caricata di significati identitari o di parte, il bene delle istituzioni passa in secondo piano. Vedo anche un altro rischio: l’indebolimento dei valori, sostituiti dal calcolo. Una volta si poteva sbagliare, certo, ma si aveva più pudore nel rapporto con le idee. Oggi troppe volte si cambia posizione con disinvoltura, si confonde la coerenza con l’ostinazione e il trasformismo con il realismo. Questo, per chi ha vissuto la politica come impegno morale, è motivo di amarezza.»

 Che significato ha oggi, secondo lei, la militanza politica?

«Per me la militanza è stata appartenenza, disciplina, disponibilità a lavorare anche senza apparire. Anzi, forse soprattutto senza apparire. Ho sempre pensato che nella vita pubblica contasse più il dovere svolto con serietà che il riconoscimento.  Oggi la militanza ha senso solo se torna a essere questo: fedeltà a un’idea, servizio, capacità di anteporre qualcosa di più grande del proprio interesse. Se diventa solo una forma di collocazione personale, allora perde nobiltà e perde verità.»

Che valore attribuisce al voto, soprattutto oggi?

«Attribuisco al voto un valore altissimo, perché è uno dei momenti in cui il cittadino si misura con la propria coscienza. Il voto non dovrebbe mai essere superficiale. Non è un gesto automatico, né un riflesso di appartenenza. È una scelta che parla del rapporto che abbiamo con la democrazia, con la Costituzione, con l’idea stessa di comunità. Forse proprio per questo ho sentito di dover votare anche stavolta. Perché il voto è uno dei pochi momenti in cui ciascuno, nel proprio piccolo, risponde a sé stesso e alla propria storia.»

Lei ha frequentato da vicino uomini di grande peso politico. Che cosa distingue, secondo lei, il potere dal servizio?

«Il potere, da solo, non nobilita nessuno. Dipende da come lo si vive. Se lo si vive come dominio, come influenza, come possibilità di ottenere qualcosa per sé, allora corrompe. Se invece lo si vive come responsabilità, come disciplina, come misura, allora può diventare servizio. La differenza è tutta qui: nel modo in cui si esercita un ruolo e nel limite che si decide di non oltrepassare.»

Nella sua vita ha sempre tenuto insieme politica e rigore morale. Da dove nasce questa scelta?

«Perché ci sono fedeltà che non si possono violare senza perdere qualcosa di sé. La politica, se perde questo limite, perde dignità. Io ho sempre pensato che il rigore morale valesse soprattutto quando nessuno ti obbliga a osservarlo. È facile parlare di etica in astratto. Più difficile è rinunciare a un vantaggio possibile quando lo si potrebbe ottenere senza scandalo apparente. Ma proprio lì si misura una persona.»

Quali sono i valori che lei sente di aver difeso per tutta la vita?

«I valori che ho cercato di difendere per tutta la vita sono stati il rigore, la coerenza, il senso dello Stato, il rispetto delle istituzioni e il rifiuto di ogni uso personale della politica. Ho creduto nella misura, nella responsabilità, nella fedeltà alla parola data e nella dignità dei comportamenti, anche e soprattutto quando nessuno guarda.»

Se dovesse lasciare un messaggio ai giovani, che cosa direbbe sul rapporto tra politica, coscienza e responsabilità?

«Direi ai giovani di non smarrire mai il senso della misura e della rettitudine, di non credere che tutto sia lecito solo perché possibile. La politica, quando è autentica, non è un mezzo per affermare sé stessi, ma un modo per mettersi al servizio di qualcosa di più grande. Richiede serietà, rispetto delle conseguenze delle proprie scelte e fedeltà ai propri principi. Si può sbagliare, naturalmente, ma non si dovrebbe mai perdere il rapporto con la propria coscienza, perché è lì che comincia la dignità di una persona. Nella vita pubblica si può avere successo in molti modi, ma non tutti hanno lo stesso valore. Conta il modo in cui si arriva alle cose, il rispetto che si ha per sé stessi, il limite che si è capaci di non oltrepassare. Senza questo, la politica perde nobiltà e diventa soltanto mestiere e le persone perdono dignità e valore etico e morale.»