Pompei

Più che un racconto sul passato, l’opera è un viaggio poetico dentro la memoria, intesa come presenza viva, capace di riaffiorare negli sguardi, nei gesti e nelle tracce che il tempo non cancella.

Al centro dell'opera il percorso di una giovane cineasta che attraversa luoghi sospesi fra storia e immaginazione, scoprendo che la memoria non appartiene soltanto ai reperti, ma continua a vivere in ciò che ancora riesce a parlarci.

Girato in questi giorni tra il Parco Archeologico di Pompei, una domus pompeiana e la spiaggia di Rovigliano del Comune di Torre Annunziata, Il tempo ritrovato trasforma questi spazi in elementi essenziali della narrazione: non semplici sfondi, ma presenze vive, capaci di accompagnare lo spettatore in un dialogo continuo tra ciò che è stato e ciò che resta.

Il tempo ritrovato celebra così il cinema come custode dell’eternità e la visione come gesto capace di restituire voce ai luoghi, alle assenze e alle emozioni che attraversano il tempo.

Ad accompagnare questo percorso sarà l’iconica voce di Luca Ward con un cast che riunisce Gino Rivieccio, Veronica Olivier, Fabrizio Nevola, Annarita Borelli e Alessio Sica. A dirigere la fotografia Claudio Zamairon. Il tutto impreziosito dal contributo artistico nella supervisione alla regia di Enrico Vanzina.
La proiezione ufficiale è in programma il 6 giugno al Teatro Grande del Parco Archeologico di Pompei, nell’ambito della serata finale del Festival Internazionale del Cinema di Pompei, che ha commissionato l’opera come proprio manifesto visivo.

Nel silenzio sospeso del Parco Archeologico di Pompei, una giovane cineasta (Veronica Olivier) attraversa le rovine alla ricerca di immagini e suoni capaci di restituire la persistenza del tempo. Non cerca la verità, ma il battito stesso della memoria. A introdurla in questo viaggio l’incontro con il saggio custode del Parco (Gino Rivieccio).

A guidarla, successivamente, un archeologo (Fabrizio Nevola), figura sospesa tra realtà e mistero, che le svela una verità essenziale: la memoria non è ciò che si trova, ma ciò che ci trova. Pompei continua a vivere perché qualcuno continua ad ascoltarla.

L’incontro con i calchi di due amanti si trasforma in una ferita e, insieme, in una rivelazione. Da quel momento, la città sembra parlarle: il passato prende forma, si manifesta. Nella visione onirica di una Pompei viva, una donna e un uomo del 79 d.C. si amano e costruiscono mosaici destinati a resistere al tempo. Il loro gesto diventa simbolo di ciò che sopravvive: nelle loro mani che si sfiorano il ricordo di un amore che persiste.

Il tempo ritrovato è un viaggio poetico sulla capacità del cinema di custodire ciò che il tempo vorrebbe cancellare. Un omaggio alla memoria dei luoghi e alla visione come atto d’amore.