Napoli

 

Si chiude con una sentenza di assoluzione il processo di primo grado nei confronti di Nicola Conte, il 65enne originario di Ischia accusato di aver trasmesso consapevolmente il virus dell’HIV alla moglie e a un’amica di quest’ultima. Per la Corte d’Assise di Napoli "il fatto non costituisce reato".

L'uomo era alla sbarra con l’imputazione di omicidio volontario con dolo eventuale. Secondo l'impianto accusatorio, Conte avrebbe intrattenuto rapporti non protetti con le due donne pur essendo a conoscenza della propria sieropositività, portando alla morte per Aids l'amica della consorte nel novembre del 2017.

Le tappe del processo e le accuse cadute

Il caso era stato riaperto dai magistrati della quarta sezione "fasce deboli" della Procura di Napoli (sostitute procuratrici Antonella Lauri e Valentina Maisto, coordinati dall’aggiunto Raffaello Falcone) a diversi anni di distanza dai fatti. Inizialmente, oltre all'omicidio, a Conte erano stati contestati anche i reati di violenza sessuale ai danni dell’amica della moglie e lesioni gravissime nei confronti della consorte (attualmente in cura).Tuttavia, queste specifiche contestazioni sono state dichiarate estinte per intervenuta prescrizione, lasciando ai giudici solo il compito di esprimersi sulla responsabilità dell’imputato in merito al decesso della donna di origini polacche.

Il video-testamento della vittima

La sentenza giunge come una doccia fredda rispetto alle richieste della Procura Generale, che lo scorso 11 marzo aveva invocato una condanna a 24 anni di reclusione. Durante la requisitoria erano stati proiettati in aula dei filmati estremamente toccanti: veri e propri video-denuncia registrati dalla vittima poco prima di morire. In quei filmati, la donna, visibilmente provata dalla fase terminale della malattia, descriveva con estrema fatica dal letto di ospedale la sua storia di immigrata e le violenze che sosteneva di aver subito dall'uomo. Testimonianze che, tuttavia, non sono state ritenute sufficienti per integrare la prova del dolo necessario alla condanna per omicidio.

Una decisione che farà discutere

La formula "il fatto non costituisce reato" suggerisce che, pur essendo avvenuti i fatti materiali (il contagio e il decesso), sia mancato l'elemento soggettivo del reato, ovvero la piena consapevolezza o l'accettazione del rischio da parte dell'imputato secondo i criteri richiesti dalla legge penale per l'omicidio volontario. Le motivazioni della sentenza saranno depositate nelle prossime settimane e chiariranno il ragionamento dei giudici della Corte d’Assise, aprendo la strada a un probabile ricorso in appello da parte della Procura.