La sconfitta al referendum sulla giustizia, tema identitario per Forza Italia e simbolicamente legato alla stagione politica di Silvio Berlusconi, ha aperto una resa dei conti che ora investe direttamente gli equilibri interni del partito. Dopo il successo del “no” a livello nazionale, con il 54% dei voti contrari e un’affluenza vicina al 60%, dentro gli azzurri è partito il regolamento di conti su responsabilità politiche, linea e leadership.
La frattura nel partito
Secondo le ricostruzioni emerse nelle ultime ore, Marina Berlusconi avrebbe chiesto una discontinuità dopo il risultato referendario, aprendo una fase di forte pressione sui dirigenti più vicini al segretario Antonio Tajani. In Senato si è tradotta in una raccolta firme per chiedere un cambio alla guida del gruppo parlamentare, oggi affidato a Maurizio Gasparri. L’iniziativa viene attribuita a Claudio Lotito e avrebbe raccolto l’adesione di esponenti di primo piano come Maria Elisabetta Alberti Casellati e Paolo Zangrillo. Diverse fonti riferiscono che le sottoscrizioni avrebbero già superato quota dieci, cioè oltre la metà del gruppo azzurro a Palazzo Madama.
Il punto politico è chiaro: colpire Gasparri significa indebolire la filiera di comando che fa capo a Tajani. La mossa, infatti, non viene letta come un semplice avvicendamento parlamentare ma come il primo atto di una più ampia verifica sulla gestione del partito dopo il voto.
Il nome di Craxi e la partita del Senato
Nel partito circola con insistenza il nome di Stefania Craxi come possibile nuova capogruppo al Senato. È una soluzione che avrebbe un valore politico doppio: segnare una rottura con l’assetto attuale e offrire un profilo considerato più spendibile nella fase del rilancio. Sullo sfondo resta anche Licia Ronzulli, da sempre vicina alla famiglia Berlusconi, mentre alla Camera l’ipotesi di intervenire sul ruolo di Paolo Barelli sarebbe per ora congelata.
La partita, però, non riguarda solo i nomi. Dentro Forza Italia c’è chi chiede di fermare tutto e aprire una riflessione politica vera sulle ragioni della sconfitta. Nella riunione convocata da Tajani a Roma, nella sede di via San Lorenzo in Lucina, il confronto sui congressi regionali previsti tra aprile e maggio si sarebbe trasformato in uno sfogo collettivo. Tra i dirigenti è emersa la richiesta di rallentare, mentre il segretario sembra orientato ad accelerare per consolidare la sua posizione prima che la contestazione interna cresca ancora. Questa lettura emerge da più ricostruzioni giornalistiche; è dunque una valutazione politica, non un fatto formalmente deliberato dal partito.
Che cosa cambia per Tajani
Per Antonio Tajani il passaggio è delicatissimo. Non è messo ufficialmente in discussione, ma l’offensiva contro i suoi uomini segnala che la protezione politica di cui ha goduto fin qui non è più scontata. La sconfitta referendaria, primo vero inciampo del centrodestra su un terreno ad alta intensità simbolica, ha reso improvvisamente visibili tutte le crepe che nel partito covavano da mesi.
La crisi azzurra si inserisce inoltre in un quadro nazionale più ampio, segnato dall’arretramento del governo Meloni sul dossier giustizia. Per questo la battaglia interna a Forza Italia non è soltanto un congresso anticipato nei gruppi parlamentari: è il tentativo di ridefinire identità, catena di comando e peso negoziale del partito dentro la maggioranza.