La polizia ha dato esecuzione a un decreto di sequestro di prevenzione finalizzato alla confisca di beni, emesso dal tribunale di Napoli sezione misure di prevenzione nei confronti di un imprenditore: "connotato da elevata pericolosità sociale poiché indiziato di appartenenza a contesti di criminalità organizzata nell’ambito del territorio di Napoli, in particolare nei quartieri cittadini di Sant’Erasmo e San Giovanni a Teduccio, con interessi economico-criminali consolidati anche sull’importante arteria di via Nuova Marina nonché nella nevralgica area del porto di Napoli".
Il provvedimento, che riveste natura cautelare e non definitiva, è stato adottato in accoglimento della proposta avanzata congiuntamente dal procuratore della repubblica e dal questore di Napoli, scaturita da un’articolata attività di accertamento patrimoniale condotta da personale della divisione polizia anticrimine della questura di Napoli, che ha fatto emergere una sistematica e prolungata accumulazione di ricchezza, ritenuta allo stato degli atti del tutto sproporzionata rispetto ai redditi formalmente dichiarati e riconducibile, ai fini dell’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale, a dinamiche di matrice criminale.
Il destinatario del provvedimento ablativo risulta indiziato di appartenere al clan camorristico facente capo alla famiglia Montescuro, sodalizio criminale già promosso e diretto dal defunto Montescuro Carmine, detto “’o munuzz”, particolarmente attivo nel settore delle estorsioni e dell’usura, nonché negli appalti e nelle commesse per i lavori di riqualificazione della zona orientale di Napoli, con particolare riferimento all’area portuale partenopea.
Il profilo emerge ampiamente nell’inchiesta giudiziaria della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, condotta a partire dal 2016, che ha disvelato l’operatività della predetta organizzazione criminale, evidenziandone le modalità attraverso cui veniva assicurato il controllo del territorio e i proventi derivanti, in particolare, dalle estorsioni e dall’usura in danno di imprenditori e commercianti, avvalendosi delle condizioni di cui all’art. 416-bis c.p. L’imprenditore arrestato nell’ottobre del 2019 in esecuzione di un’ordinanza di applicazione di misura cautelare personale emessa dal gip del tribunale di Napoli, è stato poi condannato in primo grado ed in via ancora non definitiva in appello, per la partecipazione al predetto clan e per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Le emergenze investigative e giudiziarie valorizzate nell’ambito del procedimento di prevenzione hanno delineato, ai fini della misura adottata, un profilo di pericolosità sociale qualificata e un compendio patrimoniale ritenuto nella disponibilità effettiva del proposto, benché in parte formalmente intestato anche a familiari.
Il decreto di sequestro emesso dall’Autorità Giudiziaria ha colpito un articolato compendio patrimoniale acquisito in un arco temporale coerente con le epoche di manifestazione della conclamata pericolosità sociale, interessando in particolare: beni immobili, tra cui un’abitazione, diverse autorimesse e/o posti auto ubicati nel Centro Direzionale; la totalità dei beni strumentali di tre società, di cui una operante nel settore degli impianti di distribuzione di carburanti e due attive nel commercio di parti, accessori e ricambi per auto e motoveicoli; diversi rapporti finanziari e assicurativi accesi presso istituti bancari e Poste Italiane.