di Antonio Sasso
La notizia della scomparsa di Beppe Savoldi riporta indietro le lancette della memoria a un calcio che aveva ancora il sapore dell’attesa, delle radioline e delle emozioni autentiche. E a Napoli Savoldi non è stato soltanto un grande attaccante: è stato un simbolo di passaggio, un ponte tra epoche diverse. Quando arrivò in azzurro, nell’estate del 1975, fu molto più di un acquisto: fu un evento. Il primo calciatore italiano a sfondare il muro dei due miliardi di lire, un’operazione che fece rumore in tutta Italia e che accese entusiasmi e aspettative in una città affamata di riscatto calcistico. Napoli lo accolse come un re, e lui rispose da centravanti vero, con il senso del gol nel sangue e una presenza in area che incuteva rispetto.
Attaccante moderno prima ancora che il calcio evolvesse
Savoldi era il prototipo dell’attaccante moderno prima ancora che il calcio evolvesse: potente, opportunista, capace di giocare per la squadra ma anche di risolvere le partite con un lampo. In maglia azzurra ha lasciato gol pesanti, alcuni decisivi, e soprattutto la sensazione di poter cambiare il destino di una gara in qualsiasi momento. Non furono anni semplici per il Napoli, ancora lontano dai fasti che sarebbero arrivati nel decennio successivo, ma proprio per questo la figura di Savoldi assume un valore ancora più significativo. In un periodo di costruzione e di attesa, fu uno dei riferimenti tecnici e caratteriali di una squadra che cercava identità e ambizione.
Anche a Napoli si poteva osare, investire, guardare in alto
Il pubblico del San Paolo - oggi stadio Diego Armando Maradona - lo ha amato per la sua concretezza, per quel modo diretto di stare in campo, senza fronzoli, ma con una determinazione feroce sotto porta. Non era un funambolo, non cercava la giocata estetica: cercava il gol. E spesso lo trovava. La sua eredità, in chiave Napoli, è quella di un pioniere. Prima dei grandi nomi che avrebbero scritto la storia azzurra, Savoldi rappresentò il segnale che anche a Napoli si poteva osare, investire, guardare in alto. Un segnale forte, che la città non ha dimenticato. Oggi resta il ricordo di un bomber autentico, di un uomo che ha saputo caricarsi sulle spalle un pezzo di storia azzurra in un momento delicato. E nel silenzio che accompagna le grandi partenze, Napoli gli rende omaggio come si fa con i suoi figli calcistici: con rispetto, gratitudine e un filo di nostalgia.