La religione domestica di Pompei aveva il profumo del Mediterraneo, ma anche quello di rotte molto più lontane. Le analisi di laboratorio condotte da un gruppo internazionale di studiosi su due bruciaprofumi provenienti dalla città vesuviana e da una villa di Boscoreale mostrano che nei rituali familiari si bruciavano non soltanto essenze e piante del territorio, ma anche sostanze aromatiche importate dall’Africa o dall’Asia. È il dato che emerge dal nuovo studio guidato da Johannes Eber dell’Università di Zurigo, pubblicato su Antiquity il 30 marzo 2026.
Quel che dicono le ceneri
Il lavoro si concentra sui residui conservati all’interno di due incensieri in terracotta, sopravvissuti all’eruzione del 79 d.C. e oggi diventati una fonte preziosa per ricostruire la vita privata del mondo romano. Le indagini hanno combinato microscopia e analisi chimiche, consentendo di riconoscere resti vegetali locali e, in almeno un caso, i marcatori di una resina arborea non originaria dell’area vesuviana, attribuita con prudenza al gruppo delle Burseraceae. Secondo i ricercatori, il materiale potrebbe rimandare al Canarium, pur senza escludere del tutto altre resine aromatiche come l’incenso.
Accanto alle resine, lo studio segnala anche la presenza di un prodotto derivato dall’uva in uno dei reperti. Un elemento che rafforza l’ipotesi dell’impiego del vino nelle pratiche rituali domestiche, in linea con quanto suggeriscono l’iconografia romana e le fonti scritte. La novità, qui, è che la chimica offre una conferma materiale a gesti religiosi finora ricostruiti soprattutto attraverso testi e immagini.
Pompei dentro la rete del mondo romano
Il valore della scoperta va oltre l’archeologia del culto. Se davvero quelle resine arrivavano da regioni tropicali dell’Africa subsahariana o dell’Asia sud-orientale, i piccoli altari domestici delle case pompeiane diventano la prova concreta di quanto il mercato romano sapesse portare merci lontanissime fin dentro la sfera privata. Non solo templi, dunque, ma cucine, cortili, larari e ambienti di servizio: è lì che la globalizzazione antica prende forma, dentro oggetti minuti e pratiche quotidiane. Questa lettura è al centro anche della comunicazione diffusa dall’Università di Zurigo, che presenta la scoperta come un segnale delle vaste connessioni commerciali di Pompei prima della catastrofe.
Per il Parco Archeologico di Pompei, il risultato conferma ancora una volta l’eccezionalità del sito, dove l’eruzione ha sigillato non soltanto muri e affreschi ma anche resti organici, alimenti, legni e tracce di attività domestiche. È proprio questa conservazione straordinaria a permettere oggi un’archeologia capace di incrociare discipline diverse e restituire dettagli impensabili sulla vita degli abitanti della città antica.
La vita quotidiana torna leggibile
Il punto più interessante, forse, è proprio questo: la ricerca non racconta un rito eccezionale, ma la normalità del sacro in una casa romana. I bruciaprofumi rinvenuti a Pompei e Boscoreale parlano di offerte, devozione e gesti ripetuti nel tempo, ma raccontano anche gusti, disponibilità economiche e accesso a merci pregiate. Nelle ceneri, due millenni dopo, riemerge così una società in cui il culto familiare era insieme tradizione locale e riflesso di una rete commerciale globale.