Il ritorno dello spettro libanese. I “quarant’anni di quiete” evocati da Menachem Begin non si sono mai realmente compiuti. L’operazione Sheleg del 1982 — “Pace in Galilea” — appare oggi come un precedente che torna a incombere sul presente. Le parole del ministro della Difesa Israel Katz segnano un salto di tono: l’obiettivo dichiarato è spingere l’offensiva israeliana nel sud del Libano fino al fiume Litani, linea considerata strategica per contenere Hezbollah. Il linguaggio è esplicito e duro. Katz ha parlato di radere al suolo le aree di confine, impedendo il ritorno dei civili evacuati finché non sarà ristabilita la sicurezza per la Galilea. Una prospettiva che richiama quanto accaduto a Rafah, nella Striscia di Gaza: distruzione diffusa e spostamenti forzati della popolazione.

Una guerra che rischia di allargarsi

Il piano del governo guidato da Benjamin Netanyahu prevede il controllo di una fascia che arriverebbe a rappresentare circa un decimo del territorio libanese. Una presenza che coinvolgerebbe anche l’area pattugliata da UNIFIL, dove operano contingenti internazionali, inclusi soldati italiani. Il bilancio umano continua a crescere. Oltre 1.200 libanesi sono stati uccisi dall’inizio delle ostilità con Hezbollah, mentre anche tra i militari israeliani si registrano perdite. Nei giorni scorsi, tre caschi blu indonesiani sono rimasti uccisi nel fuoco incrociato. Il parallelo con il passato è inevitabile. L’occupazione israeliana del Libano meridionale, terminata nel 2000 sotto il governo di Ehud Barak, è ricordata da molti israeliani come un lungo e logorante conflitto, spesso paragonato a un “Vietnam”.

Limiti militari e tensioni politiche

All’interno dello stesso apparato militare emergono segnali di cautela. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir avrebbe avvertito il governo delle difficoltà nel sostenere più fronti contemporaneamente. L’esercito resta infatti impegnato anche a Gaza, dove mantiene il controllo su oltre metà del territorio. A complicare il quadro c’è la dimensione politica interna. Netanyahu deve evitare fratture con gli alleati ultraortodossi, contrari all’estensione della leva obbligatoria agli studenti delle scuole religiose. Una scelta che limita la disponibilità di nuove truppe. Secondo l’analista Ofer Shelah, il rischio è quello di ripetere errori strategici già visti: posizioni fisse vulnerabili, linee logistiche esposte e una sottovalutazione della resilienza di Hezbollah. Il timore è di rimanere intrappolati in un nuovo “pantano” libanese.

Tecnologia e scenari futuri

Il conflitto si gioca anche sul piano tecnologico. Fonti militari indicano che Israele sta utilizzando sistemi avanzati di intelligenza artificiale sviluppati durante la guerra a Gaza. Questi strumenti integrano dati da più fonti, individuano obiettivi e contribuiscono alla pianificazione operativa, ampliando la portata delle operazioni. Netanyahu insiste nel distinguere il fronte libanese da quello iraniano, sostenendo che le operazioni contro Teheran abbiano già raggiunto oltre metà degli obiettivi. Ma la realtà sul terreno suggerisce un intreccio sempre più stretto tra i diversi teatri di guerra. Il rischio, sempre più concreto, è che l’offensiva nel sud del Libano non sia un’operazione limitata, ma l’inizio di una nuova fase di conflitto prolungato, con conseguenze difficili da contenere per l’intera regione.