"Napoli si giudica dalla vita reale non si misura solo nei grandi cantieri, nei dossier strategici, negli annunci e nelle conferenze stampa.
Si misura nella vita reale delle persone, ossia: nel lavoro povero e nel reddito insufficiente, nelle pensioni misere, nei giovani che fanno fatica a restare, a costruire un futuro e a mettere su famiglia. Si misura nei servizi che mancano alle famiglie, nelle opportunità che non arrivano, nelle differenze troppo forti tra una municipalità e l’altra, nelle imprese che non trovano abbastanza sostegno nei settori produttivi fondamentali.
Ma si misura anche nella città quotidiana e nella discontinuità degli interventi urbanistici, nelle strade dissestate, nel traffico che consuma tempo, salute ed energie, nelle piazze sporche e maleodoranti, nei rifiuti, nei topi, nel verde trascurato, nella scarsa manutenzione, nella vigilanza percepita come insufficiente, nel degrado che si concentra in alcuni punti simbolici e finisce per dare il tono all’intera città".
La riflessione è di Domenico Esposito presidente "Movimento qualità della vita".
"Insomma si misura nella costanza dell’ordinarietà, perciò ho consigliato più volte al sindaco la necessità di un Assessorato apposito, è qui che, a mio avviso, Gaetano Manfredi si gioca la ricandidabilità e soprattutto il mio appoggio. Perché questi problemi non sono separati, non sono fastidi isolati, sono segnali che raccontano uno stato più profondo della città. Raccontano se Napoli sta davvero migliorando oppure no.
Nel mio sistema di analisi, tutto questo colpisce prima di tutto il benessere fisiologico e il benessere psicosociale.
Questo aspetto viene spesso trascurato. Una città congestionata, con le criticità precedentemente accennate, poco salubre e nella cura e nel governo incostante, non produce solo disagio urbano. Produce stanchezza fisica, stress, perdita di tempo-vita, affaticamento, sedentarietà forzata, peggioramento della qualità degli spazi vissuti. In altre parole, entra direttamente nel corpo delle persone. Allo stesso tempo, entra anche nella loro mente e nelle relazioni sociali. Perché una città percepita come insicura, trascurata, confusa o abbandonata genera irritazione, sfiducia, ansia, scoraggiamento. Indebolisce il rapporto tra cittadino e istituzioni, peggiora il senso civico, perciò molti cittadini non vanno a più a votare.
Tutto questo influisce su vivibilità e benessere. Ecco perché la qualità della vita non è uno slogan. Non coincide con qualche opera simbolica o con l’attrattività raccontata nei convegni. La qualità della vita è poter vivere una città ordinata, pulita, sicura, salubre, accessibile. È potersi spostare senza perdere ogni giorno quote enormi di tempo e serenità. È poter contare su spazi pubblici decorosi. È sapere che i propri figli hanno qualche ragione concreta per restare.
Poi c’è il piano del bene comune. Una città nella quale servizi essenziali, cura dello spazio pubblico, presidio del territorio, accessibilità urbana, opportunità diffuse e sostegno alle famiglie non risultano adeguatamente garantiti trasmette il senso di un interesse generale non pienamente tutelato. Il bene comune non è un principio astratto: è la concreta capacità delle istituzioni di rendere vivibili, sicuri, ordinati, salubri e fruibili i beni collettivi, ma anche di creare condizioni più eque di permanenza, crescita e partecipazione economica e sociale. Quando ciò non accade con continuità, il problema non è soltanto estetico o organizzativo: diventa politico e civile.
Anche la sostenibilità, se intesa seriamente e non come formula retorica, entra pienamente in gioco. Non esiste sostenibilità autentica dove persistono criticità strutturali su rifiuti, igiene, equilibrio urbano-ambientale, sottoutilizzo del verde e mancata valorizzazione delle grandi infrastrutture naturali disponibili. Ma non esiste neppure sostenibilità piena se i giovani se ne vanno, se la produttività resta troppo diseguale tra aree della stessa città, se i settori produttivi fondamentali non vengono adeguatamente sostenuti, se il ricambio sociale ed economico si indebolisce. Napoli possiede, ad esempio, un patrimonio come il Parco Metropolitano delle Colline che potrebbe essere molto più di una presenza paesaggistica: potrebbe diventare una grande infrastruttura di salute, socialità, educazione civica, fisiologia del benessere e qualità territoriale misurabile. Se una simile risorsa resta sottoutilizzata, la città non perde solo un’opportunità ambientale, ma una leva strategica di riequilibrio urbano.
A risentirne è anche la stabilità. Quando il degrado urbano si prolunga, quando la marginalità sociale si concentra in aree nevralgiche, quando la pressione quotidiana su famiglie, lavoratori, anziani, giovani e piccoli operatori economici cresce senza adeguate compensazioni pubbliche, quando i differenziali di opportunità si irrigidiscono da area ad area, allora il problema non è più soltanto amministrativo. Diventa un problema di tenuta sociale. La distanza tra cittadini e istituzioni si allarga, la fiducia si consuma, e la città rischia di apparire meno governata proprio nei suoi punti più delicati e simbolici.
Infine, vi è una ricaduta chiara anche sulla competitività del territorio. Una città congestionata, sporca, stressante, poco salubre, percepita come trascurata o male governata riduce la propria capacità di attrarre investimenti, turismo qualificato, capitale umano e iniziativa economica. Ma riduce anche la possibilità di consolidare un sistema produttivo moderno, diffuso e capace di offrire lavoro di qualità. Il degrado urbano e la debolezza socio-economica non sono mai soltanto questioni di decoro o di assistenza: sono fattori che indeboliscono reputazione, produttività e attrattività complessiva.
Per questo continuo a pensare che il tema vero non sia soltanto la distanza tra promesse e risultati. Il tema vero è la distanza tra visione amministrativa e vita concreta. Una città può anche raccontare investimenti, rilancio e grandi trasformazioni. Ma se questi processi non diventano benessere percepibile, diffuso e quotidiano, restano incompleti.
La qualità della vita si costruisce a misura di persona e di quartiere. Si misura nella regolarità degli interventi, nella continuità della manutenzione, nella riduzione del traffico, nella pulizia, nella sicurezza della viabilità, nella cura del verde, nel contrasto al degrado igienico e olfattivo di strade e piazze, nella capacità di sostenere famiglie, giovani e lavoro di qualità.
Dobbiamo puntare al buon governo dell’ordinarietà e a tal fine ci vuole una grande riorganizzazione della macchina amministrativa, ben governata e che sappia verificare concretamente la qualità reale della vita, e saper incidere sulle coscienze affinché tutti possano contribuire a migliorare, ognuna con il suo grado di competenza e conoscenza. La cittadinanza e i settori produttivi vanno responsabilizzati".