Napoli

È bastata una frase delle sue, di quelle pronunciate con il piglio di chi conosce il proprio valore e non ha paura di ricordarlo: “Se fossi il presidente federale, penserei a me”. Tanto è bastato per scatenare i titolisti e far sognare. Ma la realtà, si sa, ha il brutto vizio di essere meno affascinante dei titoli di giornale (ahinoi). 

Antonio Conte non ha bisogno di proporsi. Il suo palmarès parla per lui, esattamente come quello di un Allegri o di un Ancelotti. Che in un momento di vacatio ai vertici del calcio italiano si pensi ai migliori è un esercizio di logica elementare. Tuttavia, se vogliamo sollevare il tappeto e guardare la polvere che ci abbiamo nascosto sotto, il quadro che emerge è molto diverso da una fiaba di ritorno.

1. Il castello senza re

Il primo ostacolo è istituzionale, quasi burocratico, ma insormontabile. Come ha giustamente sottolineato Aurelio De Laurentiis da Hollywood, manca l’interlocutore. La FIGC oggi è una scatola vuota che non avrà un padrone almeno fino al 22 giugno. Chi dovrebbe chiamare Conte? Chi dovrebbe firmare il contratto? Immaginare trattative faraoniche condotte nel vuoto di potere è un azzardo che un uomo intelligente e metodico come il tecnico salentino non accetterebbe mai. Senza un Presidente serio, non esiste un progetto serio. E Conte non guida i carri allegorici.

2. Il nodo dei soldi (che sono nostri)

Poi c’è la questione che scotta: il portafoglio. Conte e i suoi colleghi di pari rango viaggiano su cifre che oscillano tra i 15 e i 20 milioni di euro lordi l'anno. Nel calcio dei club, sono affari dei privati. In Nazionale, sono soldi della collettività. In un periodo storico segnato dal razionamento dei carburanti e da una congiuntura economica che morde i fianchi degli italiani, come si potrebbe giustificare un simile esborso per un CT? L’ultima volta fu la Puma a fare da "mecenate" per l’ingaggio di Conte. Ma per chiudere accordi di sponsorizzazione di tale portata serve, di nuovo, una governance solida e legittimata. Al momento, in via Allegri, non c'è nessuno che possa rispondere al telefono.

3. Ricostruire sulle macerie (con quali mattoni?)

Infine, il problema tecnico, forse il più amaro. La Nazionale italiana non è il Brasile. Non abbiamo una sovrabbondanza di talenti da incastrare in un modulo vincente; abbiamo un cumulo di macerie. Se la Norvegia ci prende a pallate, il problema non è solo in panchina, ma nelle fondamenta. Conte è un allenatore che vive per la vittoria immediata, che brucia d’ansia se il risultato non arriva subito. Ricostruire il calcio italiano partendo dai vivai è un processo che richiede anni di semina e molti bocconi amari da ingoiare. Chiedere a un "vincente seriale" di fare il supervisore di una ricostruzione decennale mentre all'orizzonte c'è un Europeo da giocare con le armi spuntate sembra più un suicidio professionale che una sfida stimolante.

In conclusione, la suggestione Conte-bis fa bene ai clic e ai battiti cardiaci dei nostalgici di Euro 2016. Ma finché la FIGC resterà un condominio senza amministratore e finché il talento italiano resterà una rarità da scovare col lanternino, Antonio Conte farà bene a guardare altrove. E noi con lui, aspettando che il calcio italiano smetta di sognare i salvatori della patria e cominci, finalmente, a rimboccarsi le maniche.