Frustrazione, disagio emotivo e una crescente incapacità di gestire le proprie emozioni. È questo il quadro delineato da Anna Maria Giannini, psicologa della Sapienza Università di Roma, per spiegare l’aumento delle cosiddette baby gang, fenomeno che negli ultimi mesi ha assunto contorni sempre più preoccupanti.

Le sue parole arrivano dopo la tragedia avvenuta a Massa, in provincia di Massa Carrara, dove un uomo è morto dopo essere stato aggredito da un gruppo di giovani, davanti al figlio di 11 anni. Un episodio che ha scosso profondamente l’opinione pubblica.

Una “miscela esplosiva”

Secondo Giannini, alla base del fenomeno c’è una combinazione di fattori che rende la situazione particolarmente delicata. Il disagio adolescenziale si intreccia con modelli sociali sempre più aggressivi e con una percezione della realtà alterata, spesso influenzata dai social media.

Le baby gang, spiega l’esperta, non sono semplici gruppi di ragazzi, ma vere e proprie organizzazioni giovanili che fanno della violenza un elemento identitario. “Il fenomeno è in crescita sostanziale e sta diventando allarmante”, sottolinea.

In questo contesto, la violenza viene percepita come un atto di coraggio, mentre in realtà rappresenta l’incapacità di affrontare frustrazioni e difficoltà tipiche dell’età.

Identità fragile e perdita di empatia

Uno degli aspetti più critici riguarda la costruzione dell’identità. Sempre più adolescenti, osserva Giannini, faticano a sviluppare strumenti per gestire le emozioni negative. Le frustrazioni diventano così “intollerate e intollerabili”, soprattutto quando vissute all’interno di un gruppo.

La dimensione collettiva amplifica il rischio: il branco rafforza comportamenti estremi, soprattutto in presenza di alcol o sostanze. A questo si aggiunge un altro elemento chiave: la perdita di empatia.

L’esposizione prolungata ai social media, senza adeguato controllo, contribuisce a confondere il confine tra realtà e finzione. Questo rende più difficile comprendere la sofferenza altrui. Il caso del bambino che ha assistito alla morte del padre, evidenzia l’esperta, è emblematico di questa incapacità.

Un problema trasversale

Il fenomeno delle baby gang non riguarda più solo contesti marginali. Coinvolge, sempre più spesso, giovani provenienti da tutte le fasce sociali. Un segnale che indica una crisi più ampia, legata al contesto culturale e sociale.

Guerre, tensioni internazionali e un clima generale di conflittualità contribuiscono a creare un ambiente in cui prevalgono modelli basati sulla sopraffazione. Nei social, questi modelli vengono spesso amplificati e resi desiderabili.

Serve una risposta urgente

Per la psicologa, è urgente intervenire con strumenti adeguati, capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza. Famiglia, scuola e istituzioni devono lavorare insieme per ricostruire percorsi educativi e relazionali.

Senza un’azione concreta, il rischio è che episodi come quello di Massa diventino sempre più frequenti, segnando profondamente il tessuto sociale.