A Roma lo sciopero dei farmacisti dipendenti per il mancato rinnovo del contratto, scaduto il 31 agosto di due anni fa. Ad oggi le trattative tra Federfarma (Federazione nazionale dei titolari di farmacia) e i sindacati (Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil) sono in corso, ma hanno subito una rottura nel febbraio 2026, a causa di proposte economiche ritenute insufficienti dai rappresentanti dei lavoratori.
Riportiamo la riflessione della dottoressa Carla Cambri, che ha condiviso anche con ottopagine.it la situazione vissuta da lei e da molti altri colleghi.
Cari cittadini italiani, sono una farmacista territoriale dipendente da cinque anni, e mi sento di voler fare un po' di chiarezza su questa figura professionale, soprattutto in occasione dello sciopero del 13 aprile 2026 a Roma. Ma perché i farmacisti dipendenti vogliono scioperare nuovamente?
Voglio analizzare i diversi punti che hanno portato malcontento nel farmacista dipendente, e voglio dare voce al contributo silenzioso, ma spesso vitale, di chi esercita questa professione.
Vorrei partire dal Contratto Collettivo Nazionale (CCNL) del farmacista territoriale operante in farmacia privata, stipulato da Federfarma e dalle organizzazioni sindacali dei farmacisti dipendenti. Si tratta, a tutti gli effetti, di un contratto inquadrato nel Comparto del Commercio all’interno del settore terziario (distribuzione e servizi): lo stesso ambito contrattuale di attività di un negozio di abbigliamento o di un supermercato. Tuttavia, per il farmacista esso comporta specifiche responsabilità civili e penali, direttamente connesse alla tutela della salute pubblica. E’ un contratto che inquadra i dipendenti come lavoratori subordinati, e che prevede per il 1°livello uno stipendio lordo mensile base per 40 ore, di circa 1.900-2.000 euro corrispondenti a 1.350-1.600 euro netti, a seconda dell’esperienza e della tipologia di farmacia. Quindi il contratto CCNL farmacie private inquadra il farmacista come un “commerciante” pagato poco più di un commesso, con l’unica differenza che, nel frattempo, si assume anche responsabilità civili e penali nel dispensare farmaci.
Alla luce di questo, mi sono permessa di andare a esaminare la legislazione italiana che disciplina la professione del farmacista, e il contratto attuale di questa figura professionale: ho subito notato le prime contraddizioni.
Il Regio Decreto del 27 luglio 1934, n.1265, noto come Testo Unico delle Leggi Sanitarie (TULS ) stabilisce che per esercitare la professione di farmacista è necessario aver conseguito il titolo accademico (Laurea magistrale in Farmacia o CTF), ed essere iscritti al relativo albo professionale. Definisce inoltre l’attività farmaceutica come professione sanitaria, equiparandola per dignità a quella del medico chirurgo, del veterinario o dell’infermiere. A tal proposito, la CONASFA (Associazione Nazionale Professionale non Titolari) è in prima linea nella battaglia al superamento dell’attuale inquadramento contrattuale in favore di un contratto di tipo sanitario per restituire a questa professione la giusta dignità lavorativa.
Inoltre, il dottore/ dott.ssa in farmacia, secondo il CCNL delle farmacie private, deve fare dei corsi di aggiornamento, come ogni professionista socio-sanitario, e conseguire dei crediti formativi ECM previsti dal Ministero della Salute. Ulteriore obbligo è l’iscrizione all’albo, che ha un costo annuale di circa 200 euro e il versamento della quota ENPAF, l’Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza Farmacisti (simile all’ENPAM per i medici e all’ENPAP per i psicologi). Quest’ ultima, che potrebbe garantire una pensione accessoria, ammonta a circa 5000 euro l’anno. Se non si è disposti a pagare tale cifra, sarà comunque obbligatorio corrispondere all’ente 200 utilissimi euro, che andranno a finanziare il, sempre più famoso, “fondo perduto”.
Proseguiamo analizzando, nel concreto, la situazione attuale delle farmacie italiane.
La crisi sanitaria, aggravata dalla pandemia del Covid, ha portato le farmacie ad evolversi nella farmacia “dei servizi”, che l’ha resa il primo presidio sanitario sul territorio. Prima di parlare però, delle nuove mansioni del farmacista, volevo ricordare le normali attività che tale professionista svolge: controlla la ricetta medica; verifica dosaggi e interazioni; dà consulenza su effetti collaterali e modalità di uso del farmaco; segnala sospette reazioni avverse dei farmaci all’AIFA; gestisce farmaci stupefacenti; controlla i piani terapeutici redatti da specialisti, in collaborazione con i medici di base; supporta l’automedicazione e promuove stili di vita sani; amministra inoltre il laboratorio galenico, il magazzino, gli ordini e la conservazione dei medicinali ; è responsabile dei farmaci DPC e dei presidi per diabetici.
Vi sembrano poche? Il Sistema Sanitario Italiano ha ben deciso di regalare al farmacista nuovi incarichi, accompagnati da una giusta dose di “crescita professionale” e qualche spicciolo. Oggi in farmacia, infatti, sono a disposizione anche tamponi, vaccinazioni, prenotazioni CUP, ECG, holter, screening, telemedicina, misurazione di pressione, glicemia ecc. Tutto questo con l’obiettivo di migliorare l’accesso alle cure, decongestionare gli ospedali e i medici di base, e rafforzare la prevenzione sul territorio.
Il farmacista in pochi anni si è trovato a lavorare il quadruplo, ma ricevendo sempre lo stesso stipendio. Non ci voleva un genio a capire che prima o poi qualcuno si sarebbe lamentato.
Mantenere in vita un presidio così importante, può mai avere un costo così basso? Per quanto il farmacista dipendente possa affidarsi ai Sindacati, il contratto è scritto da chi tutela gli interessi dei proprietari. Dunque, finché il destino dei farmacisti dipendenti sarà nelle mani dei titolari di farmacie, e nella federazione nazionale delle farmacie che li rappresenta, non ci sarà mai un cambiamento contrattuale significativo.
Quindi, qual è, secondo Federfarma, il vero valore del farmacista dipendente? E’ la risposta che i farmacisti attendono da fin troppo tempo; abbiamo imparato a riorganizzare il nostro futuro.
Oggi il neolaureato in farmacia decide di prendere strade alternative al lavoro in farmacia. Per non parlare del numero sempre crescente degli ex-farmacisti che scelgono di diventare professori di chimica, o che preferiscono lavorare in un’azienda farmaceutica, o che decidono di intraprendere un percorso di specializzazione in farmacia ospedaliera o in scienze della nutrizione umana. Quindi se ogni farmacista avesse il suo piano B, da qui a 10 anni, chi troveremo nelle farmacie?
Non preoccupatevi, i titolari stanno già pensando a una soluzione per voi: aumenteranno le assunzioni in farmacia dei cosiddetti “banconisti”, gli aiutanti dei farmacisti, che siete soliti vedere con il camice blu, e che di solito sono confinati in magazzino o nel reparto della cosmetica. Una figura che non necessita di alcun tipo di laurea, e che quindi è facilmente gestibile da un punto di vista contrattuale.
Ricordatevi, però, che in Italia la legge è chiarissima: il farmaco non si “vende “, si dispensa, e questo atto è riservato esclusivamente al farmacista, non al “banconista “o al magazziniere. Siete così sicuri di voler far estinguere la professione del farmacista dipendente? E siete pronti ad affidare sempre di più la vostra salute a un solo farmacista titolare, circondato da tanti “banconisti addestrati”? La “crisi dei farmacisti dipendenti” è cominciata e potrebbe essere la goccia che farà crollare del tutto il Sistema Sanitario italiano. La crisi delle farmacie private è reale, e si arresterà solo quando al farmacista dipendente sarà dato giusto rispetto e giusto compenso.
Cari cittadini, quindi, chi è il farmacista: un professionista sanitario o un commerciante di farmaci? Spero che le mie parole vi abbiano dato gli strumenti necessari per rispondere al quesito: il farmacista è un professionista sanitario e come tale lotterà per un contratto equipollente a quello delle altre professioni del settore sanitario".