In merito alla conversione del decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23, cosiddetto "decreto sicurezza", attualmente all’esame del Parlamento, Samuele Ciambriello, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania e portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali, esprime forte preoccupazione per le possibili ricadute che il provvedimento potrebbe avere sul sistema penitenziario, sugli equilibri interni degli istituti e sulla sicurezza delle persone detenute e di tutte le donne e gli uomini che vi lavorano ogni giorno attraverso l’introduzione di agenti sotto copertura.
"Mi preoccupa in particolare l’articolo 15"
"Esprimo, in qualità di portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale, una forte e motivata preoccupazione per quanto sta accadendo in Parlamento in merito alla conversione del ‘decreto sicurezza’, attualmente all’esame del Senato. - ha affermato Ciambriello - Mi preoccupa in particolare l’articolo 15, che introduce la possibilità per ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi del Corpo di polizia penitenziaria di svolgere operazioni sotto copertura negli istituti penitenziari. Si tratta di una previsione estremamente delicata, che interviene in un contesto già oggi segnato da sovraffollamento, tensioni, sofferenza psichica, carenza di personale e profonde difficoltà organizzative, in crescente distanza dal dettato dell’articolo 27 della Costituzione".
"Deve restare un luogo sottoposto al controllo della legalità costituzionale"
"Il provvedimento amplia anche i poteri investigativi della polizia penitenziaria sui reati più gravi commessi in carcere. Gli ufficiali di polizia penitenziaria dei nuclei investigativi potranno operare ‘sotto copertura’ nell’ambito di specifiche attività di loro competenza. La mia preoccupazione non riguarda soltanto le persone detenute, che restano titolari di diritti inviolabili anche nella restrizione della libertà, ma riguarda in modo profondo anche, e direi soprattutto, le donne e gli uomini che nel carcere lavorano ogni giorno: la polizia penitenziaria, gli operatori sanitari, gli educatori, i funzionari, i mediatori culturali, i volontari. Sono loro, insieme alle persone ristrette, a sostenere quotidianamente il peso di un sistema già estremamente fragile. Occorre dirlo con chiarezza: non si tutela la sicurezza introducendo strumenti che rischiano di aumentare opacità, sospetto, tensione e conflittualità all’interno degli istituti e sembra strano far diventare focolai di violenza e possibili rivolte. Il carcere non può trasformarsi in uno spazio opaco, sottratto al controllo democratico e sempre più esposto a logiche eccezionali. Deve restare un luogo sottoposto al controllo della legalità costituzionale, alla trasparenza delle istituzioni e alla responsabilità pubblica".
"Occorre fermarsi, riflettere e correggere"
"Per questo rivolgo un appello alla politica, affinché valuti con la massima attenzione le conseguenze concrete di norme che incidono sulla vita quotidiana degli istituti, sugli equilibri interni e sul lavoro di chi vi opera. Abbiamo bisogno di misure che rafforzino il carcere nella sua legalità, non che lo espongano a nuove ambiguità; di scelte che rendano più sicuro il personale, non che lo lascino ancora più solo dentro una gestione sempre più complicata; di interventi che restituiscano senso al trattamento, ai diritti e alla funzione rieducativa della pena. Occorre fermarsi, riflettere e correggere ciò che rischia di produrre ulteriore conflittualità. Il carcere ha bisogno di più ascolto, più trasparenza, più responsabilità istituzionale, non di scorciatoie emergenziali. La vera sicurezza passa dal rispetto della legalità costituzionale, dalla tutela della dignità di ogni persona e dalla protezione concreta di chi ogni giorno presta servizio negli istituti penitenziari. ”