Napoli

Ci sono luoghi in cui il pensiero arriva dopo.
Prima arriva il corpo, lo spazio, il rumore che non fa rumore.
Al Carcere di Secondigliano si entra così: senza enfasi, senza coscienza piena. Come se una parte di te restasse fuori, e un’altra - più silenziosa - fosse costretta ad avanzare.
Le croci scalfite sui muri non sono simboli, sono residui. Tracce di un passaggio umano che non chiede di essere interpretato, ma solo riconosciuto. È lì che la mia ombra si muove, più che il mio corpo. Proiettata, quasi estranea.
Cerco, senza alcuna traccia, una ragione. Non della colpa, non della pena. Ma dell’abisso. Di quella fenditura invisibile che separa ciò che è dentro da ciò che resta fuori. E mi accorgo che non è un confine stabile. Non lo è mai stato.
Il tempo, qui, non scorre. Si dispone.
È geometrico.
Ha facce, spigoli, ritorni.
È come un solido platonico che si può rigirare tra le dita: chiuso, perfetto, indifferente. Non concede fuga, solo prospettive.
E in una di queste facce - una soltanto - io mi ritrovo.
È quella che avevo escluso. Non per scelta, ma per abitudine. Non rientrava nel mio ciclo vitale, nel mio ordine delle cose, nella rassicurante illusione che la realtà coincida con ciò che conosciamo.
E invece è lì.
E dentro quella faccia, per un istante, sto.
Paradossalmente libero.
Non perché le sbarre scompaiano, né perché il dolore si attenui. Ma perché cade una finzione, quella per cui la libertà è sempre altrove, sempre garantita, sempre nostra.
Fuori da qui, spesso, si vive simulando.
Simulando di sapere, di comprendere, di essere al riparo.
Dentro, almeno per chi osserva davvero, resta meno spazio per l’illusione.
E allora capisco - o forse intuisco soltanto - che la prigionia non è un luogo. È una possibilità. Una dimensione che si apre quando una parte del reale smette di essere esclusa.
Quello che non sapevo, e che ancora non so, è quanto di quella prigionia mi appartenga.
Quanto sia già stata mia, senza che me ne accorgessi.
Quanto continui, anche ora, fuori da queste mura.
Il resto è silenzio.
E un’ombra che, lentamente, torna a coincidere con il corpo.