La norma che divide. È scontro aperto sul decreto Sicurezza del governo guidato da Giorgia Meloni, dopo l’introduzione di una norma che prevede un incentivo economico di 615 euro agli avvocati che convincano i propri assistiti migranti ad aderire al rimpatrio volontario. L’emendamento, inserito nell’articolo 30 bis e approvato al Senato, è ora atteso alla Camera, dove il governo è pronto a porre la fiducia.
La misura consente al ministero dell’Interno di stipulare accordi anche con il Consiglio nazionale forense per programmi di rimpatrio. Il compenso scatterebbe solo nel caso in cui il migrante torni effettivamente nel Paese d’origine. Parallelamente, il testo limita l’accesso al patrocinio a spese dello Stato per chi impugna i provvedimenti di espulsione.
Le opposizioni: “Una taglia da Far West”
Dal centrosinistra arriva una bocciatura netta. Per Debora Serracchiani del Pd si tratta di una “vergogna normativa” che lede la dignità della professione legale. Ancora più dura la posizione del M5S, con Valentina D’Orso che parla di un tentativo “volgare” di piegare gli avvocati a interessi politici. Il segretario di +Europa, Riccardo Magi, denuncia un rischio di deriva istituzionale, evocando un modello simile all’agenzia americana per l’immigrazione: “Siamo a un passo dall’Ice di Donald Trump”. Secondo Magi, il meccanismo assomiglia a “una taglia da Far West”, dove l’incentivo economico finirebbe per condizionare la tutela dei diritti.
Avvocati e magistrati contro il governo
La contestazione non è solo politica. Il presidente del Consiglio nazionale forense, Francesco Greco, ha preso le distanze chiarendo che l’organismo non era stato informato della norma e chiedendo al Parlamento di eliminare ogni coinvolgimento. Ancora più netta la posizione dell’Organismo congressuale forense, che ha proclamato lo stato di agitazione dell’avvocatura. Anche l’Unione delle Camere penali parla di misura “incompatibile con la Costituzione e con i principi della deontologia”, sottolineando il rischio di subordinare la difesa a un interesse economico. Critiche dure arrivano anche dalla magistratura. L’Associazione nazionale magistrati esprime “sconcerto” per una norma che, secondo la giunta esecutiva, mette in discussione l’effettività del diritto di difesa, collegando il compenso all’esito sfavorevole della strategia difensiva.
Il nodo istituzionale e l’appello al Quirinale
Oltre al merito della norma, si apre un caso politico sui tempi di approvazione. Il decreto è stato licenziato dal Senato con una procedura accelerata e approderà alla Camera con voto di fiducia, riducendo ulteriormente il dibattito parlamentare. Su questo punto Riccardo Magi ha scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiedendo un intervento per garantire il rispetto delle prerogative parlamentari. Nel suo appello denuncia una compressione del processo democratico, che escluderebbe alcune forze politiche dall’esame del provvedimento. Il passaggio finale alla Camera, previsto nei prossimi giorni, si annuncia dunque ad alta tensione, tra scontro politico, rilievi costituzionali e proteste delle categorie coinvolte.