C’è un filosofo antico che oggi farebbe scandalo. Non perché gridasse nelle piazze, ma perché rideva. Democrito, il pensatore di Abdera, osservava il mondo e sorrideva, non per superficialità, ma per consapevolezza.
Rideva delle ambizioni smisurate, delle ricchezze accumulate senza ritegno, della corsa al potere che trasforma gli uomini in caricature di sé stessi. In un tempo in cui la scena internazionale sembra oscillare tra conflitti, supremazie economiche e tensioni politiche, la lezione di Democrito torna con una forza quasi imbarazzante. Egli non prometteva rivoluzioni, ma proponeva una disciplina più difficile, quella dell’anima.
“La felicità - scriveva - non risiede nei beni esterni, ma nell’anima”. È un monito semplice e radicale: chi cerca fuori ciò che non ha costruito dentro, è destinato prima o poì all’inquietudine. Non è un caso che i Greci chiamassero "euthymía" questa serenità, uno stato di equilibrio che nasce dalla misura, dalla giustizia e dalla padronanza di sé. In questa prospettiva, il potere non è un fine, ma una prova. E troppo spesso, oggi, è una prova fallita. Guardiamo alle nostre democrazie.
In Italia, come in Ungheria, il rito referendario ed elettorale, rispettivamente, continua a rappresentare un momento alto di partecipazione. Ma la democrazia, lo sappiamo, non è solo una procedura, è un ethos. Aristotele lo aveva compreso con lucidità quando sosteneva che la qualità delle istituzioni dipende dalla qualità dei cittadini. E prima ancora, degli uomini. È qui che il sorriso di Democrito si fa giudizio. Perché se l’uomo è dominato dall’avidità, dalla paura o dall’ambizione, nessuna architettura politica potrà salvarlo davvero. Al contrario, egli userà la democrazia come strumento di sopraffazione, piegandola ai propri fini.
Anche Seneca, molti secoli dopo, avrebbe scritto che “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. La rotta, dunque, non è esterna, è interiore. Forse, allora, il problema non è essere più o meno democratici, più o meno europei, più o meno schierati. Il problema è più radicale. Essere giusti prima di governare, essere liberi prima di decidere, essere sereni prima di comandare. E qui si inserisce un gioco di parole che è anche un programma etico.
Prima di essere democristiani, bisognerebbe essere democritei. Prima di appartenere a una tradizione politica, occorrerebbe incarnare una misura umana. Non è un invito all’utopia, ma alla responsabilità. Perché ogni voto, ogni decisione, ogni parola pubblica nasce da un uomo. E se quell’uomo non è in pace con sé stesso, difficilmente costruirà pace per gli altri. Democrito rideva. Ma il suo riso non era evasione, era diagnosi. Forse, oggi, dovremmo imparare a fare lo stesso. Non per fuggire dal mondo, ma per smascherarne le illusioni, e ricominciare, finalmente, da noi.