C’è una premessa che va messa nero su bianco, senza ambiguità: chi scrive apprezza profondamente il lavoro di Antonio Conte e auspica, prima da tifoso del Napoli e poi da giornalista, che il suo percorso in azzurro possa continuare. Perché, al netto di tutto, ciò che ha dato alla squadra – in termini di identità, solidità e credibilità – è sotto gli occhi di tutti.
Proprio per questo, però, la partita contro la Lazio lascia più di un’amarezza. Non tanto – o non solo – per il risultato o per la prestazione, certamente al di sotto delle aspettative, quanto per le parole del dopopartita. Una costante che si ripete quando le cose non vanno: dichiarazioni che, più che chiarire, finiscono per creare una distanza, un attrito, un cortocircuito comunicativo.
Il riferimento, neanche troppo velato, a un presunto “fuoco amico” giornalistico appare francamente fuori fuoco. Non solo perché rischia di spostare l’attenzione dal campo, ma anche perché non tiene conto del contesto in cui oggi lavora chi racconta il Napoli. Un contesto fatto di silenzi: niente conferenze pre-partita, allenamenti blindati, convocati non comunicati, informazioni sugli infortuni centellinate. In questo scenario, parlare di accanimento mediatico suona quantomeno stonato. Semmai, chi fa questo mestiere si ritrova spesso a dover colmare vuoti, a interpretare segnali, a fare domande che sono poi le stesse che si pongono i tifosi.
E qui sta il punto: fare domande non è un atto ostile, è la base del giornalismo. Interrogarsi sul futuro, soprattutto in una fase in cui il futuro è tutt’altro che definito, è legittimo. Così come è legittimo analizzare la rosa, chiedersi cosa cambierà, quali saranno le scelte. La riconoscenza per chi ha vinto e dato tanto è fuori discussione, ma non può trasformarsi in un vincolo al silenzio o, peggio, all’assenza di spirito critico.
Del resto gli stessi calciatori protagonisti non haanno mai avuto problemi a interrogarsi sul proprio futuro, anche quando questo significava immaginarsi lontano da Napoli. È il gioco delle parti, ed è giusto che sia così.
Allo stesso modo, non è una mancanza di rispetto dire che contro la Lazio si è giocato male. Si può, anzi si deve, riconoscere tutto ciò che Conte ha rappresentato e rappresenta per il Napoli – anche e soprattutto fuori dal campo, nella capacità di difendere la città, viverla, comprenderla – senza rinunciare a una lettura onesta delle partite.
Perché poi c’è l’altra faccia della medaglia, quella che nessuno in città mette in discussione: senza Antonio Conte, in questa stagione complicata, tra infortuni, problemi strutturali e difficoltà evidenti, la qualificazione in Champions League sarebbe stata poco più di un’illusione. Questo è il dato di realtà, ed è giusto ribadirlo.
E allora la strada è una sola: arrivare insieme all’obiettivo, compattarsi, centrare quella qualificazione europea che darebbe senso e peso a tutta la stagione. Poi, però, servirà chiarezza.
Perché il domani è ancora più complesso dell’oggi. Ci sono nodi economici importanti – oltre 100 milioni soltanto di riscatti da esercitare (Hojlund da solo ne vale cinquanta) – un monte ingaggi da razionalizzare, esuberi da sistemare (Lucca e Lang che non saranno riscattati da Nottingham Forest e Galatasaray. Non sarà un mercato semplice, né replicabile quello recente. Servirà una visione, una capacità di costruzione, forse più da federatore che da condottiero.
Una sfida che, per certi versi, somiglia a quella di una Nazionale: meno istinto, più sintesi; meno battaglie, più equilibrio. Antonio Conte vuole raccoglierla? Napoli sarebbe pronta ad abbracciarla ancora. Se invece le strade dovessero separarsi, resterebbe comunque un sentimento chiaro, netto, condiviso: gratitudine.
In fondo per Antonio è un gioco win - win: resta a Napoli e sono tutti contenti, va via e gli saranno tutti grati comunque per quanto dato. Ma come in ogni partita che conta davvero, c’è bisogno di un fischio d’inizio chiaro. E, soprattutto, di uno finale altrettanto limpido.