Il coordinamento nazionale dei dirigenti penitenziari esprime la viva preoccupazione nei confronti della bozza di decreto ministeriale recante “Modifiche al decreto 2 marzo 2016, concernente l’individuazione presso il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria degli uffici di livello dirigenziale non generale, la definizione dei relativi compiti e l’organizzazione delle articolazioni dirigenziali territoriali, ai sensi dell’articolo 16, comma 1 e 2 del decreto del presidente del consiglio dei ministri 15 giugno 2015, n. 84, nonché l’individuazione dei posti di funzione da conferire nell’ambito degli uffici centrali e periferici dell’amministrazione penitenziaria ai sensi dell’art. 9 del D,lgs. 15 febbraio 2006, n. 63.

La nota di Enrico Sbriglia coordinatore nazionale della dirigenza penitenziaria Fsi-Usae

"Non siamo di fronte a una riorganizzazione: siamo di fronte a una vera e propria "secessione istituzionale", che mira a trasformare l'Amministrazione Penitenziaria in un Moloch con forti caratteristiche paramilitari, facendo passare per sicurezza un securitarismo che non giova neppure alla stessa polizia penitenziaria.

Calpestando (come avviene ormai da un ventennio, posto che i direttori penitenziari e dell’esecuzione penale esterna attendono il loro primo contratto di categoria fin dal 2005 e, nelle more, vengono malamente governati con le norme della dirigenza della polizia di Stato) la categoria dirigenziale, che ha forse il torto di rimanere fortemente ancorata ai valori costituzionali, ponendosi per legge, nella gestione dell’ apparato organizzativo, come l’ago della bilancia penitenziaria, perché mette a sistema la complessità delle anime e delle sfaccettature della pena, che comprendono sia le esigenze securitarie che l’azione di recupero delle persone ristrette, attraverso il trattamento rieducativo, in una cornice che tutela i diritti umani, si vuole, al suo posto, introdurre un modello confuso e velleitario che calpesta e viola, simultaneamente, tutti i  precetti della nostra Costituzione.

Si sta sostituendo "il tutto" ( multifunzionalità della pena) con "una parte"( securitarismo). Questo abominio del diritto creerà solo problemi gestionali che si ripercuoteranno realmente sulla sicurezza degli istituti, oggi garantita con grande fatica e sacrificio, nonostante i pochissimi mezzi messi a disposizione, facendo leva su un costante e mirabile lavoro di integrazione tra Aree, tutte con la loro importanza strategica e dignità professionale. Nessuna Area può prevalere quando la complessità dell'umano richiede un approccio olistico e completo. E’ stato grazie a questa visione istituzionale che in passato si è fortemente contribuito alla lotta ai peggiori terrorismi e alle criminalità: a colpi di diritto, responsabilizzando sui doveri sociali e inducendo al ripensamento chi avesse delinquito,  si è fatta sicurezza vera.

A questo ha fortemente contribuito una polizia penitenziaria che non scimmiottava i rambo ed i RoboCop, ma che sapeva porsi con autorevolezza ed umanità nei riguardi della popolazione detenuta.

Con un colpo di penna, la bozza di decreto svuota di senso la figura del Direttore quale Capo dell’Istituto, che rappresenta da sempre il primo garante degli equilibri e dei diritti, tanto di chi viene affidato in esecuzione della pena, quanto di chi lavora come operatore.

Siamo stufi di sentire la trita storiella, ormai nenia, di un conflitto tra direttori e poliziotti penitenziari, riferendoci a quelli che per davvero lavorano nelle carceri e che incrociano tutti i giorni, ed in tutte le ore, i primi, soprattutto quando accadono situazioni critiche: il vero dramma è la povertà di mezzi e di risorse umane che sono messi a disposizione dei direttori, la cui penuria comporta inevitabilmente la compressione ingiusta dei diritti del personale.

Così come è scandaloso avere lasciato ferme le posizioni contrattuali di tutto il personale delle funzioni centrali, il quale non vede nessun automatismo di carriera, mentre per i quadri della polizia penitenziaria si sono aperte le cateratte della dirigenza senza spargimenti di sudore.

Si chieda agli agenti che buttano il sangue dentro le carceri quale concreto aiuto hanno avuto dai loro alti dirigenti di polizia penitenziaria, si scoprirebbe la desolazione ! E la stessa domanda la si ponga a quei comandanti che conoscono solo la dimensione del carcere. 

Ma non solo il personale che opera nelle carceri ha subito, in questo ventennio di follia, una visione della pena che gareggia con quella che si vede nelle carceri sudamericane e che tanto piace ad alcuni, ma anche il personale di alta specializzazione tecnica e amministrativa che opera nello stesso Dipartimento oppure nei Provveditorati e negli uffici territoriali è stato abbandonato a sé stesso: Esperti informatici, funzionari contabili, funzionari dell’organizzazione e delle relazioni, funzionari giuridico-pedagogici, assistenti amministrativi, ingegneri e architetti, tecnici edili, e tutta la filiera di quanti consentono al DAP e alle Carceri di funzionare, sono stati ibernati in contratti di lavoro umilianti e ad essi non è nemmeno consentito di cambiare amm.ne, di fatto sequestrati sul posto di lavoro e nei loro diritti di legittima progressione di carriera.

I Direttori nella qualità di Datori di lavoro, nonostante abbiano la cultura del lavoro partecipato e siano fautori di una leadership aggregante e motivazionale, perché questa, in tutte le democrazie e l’essenza della loro funzione, sono stati costretti a diventare i primi veri parafulmini di tutti i nonsense derivate da normazioni confuse, contraddittorie, inconcludenti che i governanti del momento hanno suggerito al parlamento e poi licenziato, seguendo spinte emotive e gli umori delle folle, alla ricerca del facile consenso elettorale.

Tutti i dipendenti, nessuno escluso, sono i compagni di viaggio dei direttori in un'avventura quotidiana, complessa ed imprevedibile che non può essere compresa da chi non la vive e si accontenti di cronache posticce e di veline ministeriali.

I direttori condividono le medesime storie, ambasce e difficoltà della polizia penitenziaria e degli altri operatori, con il peso ulteriore di essere guida nell'istituto e fulcro di ogni responsabilità giuridica, etica e morale. 

L’istituzione di nuove Direzioni Generali - logistica, tecnica, specialità -a gestione esclusivamente poliziesca, sganciata da una necessaria armonizzazione da parte della guida di un Dirigente, con certificate e specifiche competenze manageriali e con una cultura del diritto “laica e costituzionalmente orientata”, creerà un’amministrazione “farfalla”, richiamando un antico “protocollo” che tanta preoccupazione produsse qualche decina di anni fa, parallela e autoreferenziale. Si vuole, in verità, trasformare il Direttore, garante dell’equilibrio tra sicurezza e rieducazione, in un mero esecutore di ordini o, peggio, in un "passacarte" logistico, privato di ogni reale potere decisionale su risorse, mezzi e strategie operative. Questa visione lontana dal mondo giuridico, cancella lo stesso senso della pena e elimina completamente la dignità delle altre figure professionali appartenenti ad altrettante fondamentali aree, nonché di tutto il mondo del terzo settore, spesso completamente dimenticato o maltrattato, eppure essenziale nella gestione quotidiana del carcere e nel reinserimento della persona detenuta.

IL CASO GOM: IL 41-BIS NON È UN AFFARE DI SOLI MUSCOLI

La scelta di porre il GOM (Gruppo Operativo Mobile) alle dipendenze funzionali di una Direzione Generale della Polizia è un errore tecnico e giuridico imperdonabile. Gestire il regime di cui all’art. 41-bis O.P. non è solo una questione di "ordine pubblico", ma una sfida legale e amministrativa di altissima complessità. Sottrarre questa materia alla sintesi del Capo del Dipartimento e della Dirigenza di carriera significa esporre lo Stato a una deriva che confonde la custodia con la sopraffazione, dimenticando che la sicurezza è solida solo quando abita nel perimetro della legalità costituzionale.

PROVVEDITORATI SVUOTATI: IL "DE PROFUNDIS" PER IL TERRITORIO

Lo squilibrio centralizzatore raggiunge il culmine con la dipendenza funzionale degli Uffici Sicurezza e Traduzioni regionali dalla Direzione Generale delle Specialità. Una macchinosità che si tradurrà in altri rischi di svuotamento di risorse umane dalle carceri.

LA NOSTRA RISPOSTA: NON SAREMO GLI SPETTATORI DEL NAUFRAGIO

Avvertiamo la parte pubblica: i Dirigenti Penitenziari non rimarranno a guardare mentre si demolisce l'identità civile del carcere italiano in favore di una visione mono-dimensionale ispirata al vuoto securitarismo e non alla sicurezza reale. L'Articolo 27 della Costituzione non un optional e non può essere cancellato con un colpo di spugna: è il cuore del nostro mandato. Se si pensa di poter gestire le carceri esautorando chi ne ha la responsabilità legale e la competenza gestionale, ci si prepari a un conflitto istituzionale senza precedenti.

Chiediamo il ritiro immediato della bozza e l'apertura di un confronto che rimetta al centro la Sintesi Dirigenziale e la dignità di chi, ogni giorno, garantisce lo Stato nelle periferie del sistema penitenziario. Già ai tempi del Decreto Ministeriale del 2016 (Governo Renzi e Ministro della Giustizia Orlando), osservammo come fossero stati lanciati i semi di una finta riorganizzazione del DAP e del ministero, si diceva che bisognava ridurre i dirigenti generali che provenivano dalla carriera penitenziaria per ragioni di spending review, e nel mentre si realizzavano altri dipartimenti che avrebbero visto al loro vertice dei magistrati prestati “per sempre” al potere esecutivo.

Furono accorpati i provveditorati dando vita a maxi ambiti multiregionali, dove sarebbe stato impossibile governare con attenzione tutte le diverse identità presenti. Un solo provveditore, senza neanche un vice, doveva ogni giorno percorrere centinaia di chilometri per vedere gli istituti di sua pertinenza, perché le carceri si governano andando a vedere di persona quali siano le criticità, entrando dentro le celle, guardando lo stato delle latrine e delle docce, le pareti scrostate e umide, gli impianti elettrici obsoleti e fuori norma, e non fermandosi nella stanze belle, dopo avere passato in rassegna un picchetto armato lustrato a nuovo.

E ora il colpo finale di teatro: tutti sull’attenti, impiedi, mentre le carceri crollano. Ma all’epoca non c’era, come è invece adesso, la nostra sigla libera, “rappresentativa”, autonoma, indipendente e vocata al rispetto della Costituzione. Confidiamo che la maggioranza anzitutto, attesa la responsabilità del Governo, e l’opposizione insieme, agiscano per fermare il rischio drammatico di una deriva e dalle inevitabili conseguenze".