Napoli

C’è una crepa che attraversa in silenzio le nostre aule, dai licei alle università che punteggiano la città come antiche stazioni di un sapere millenario. Non fa rumore, non sempre lascia tracce visibili, ma quando emerge - nei dati o, peggio, nei fatti - rivela una verità scomoda: stiamo educando molto, ma stiamo comprendendo poco.

L’insoddisfazione degli studenti non è più un fenomeno marginale, è un clima. Più della metà degli adolescenti dichiara di odiare la scuola; sette universitari su dieci si sentono schiacciati da aspettative che non riconoscono come proprie. Non è fragilità generazionale, ma un sistema che fatica a parlare alla parte più viva di chi apprende.
Socrate, che insegnava dialogando per le strade di Atene, non avrebbe compreso questa ossessione per la risposta corretta. Il suo metodo era domanda, dubbio, ricerca. Oggi, invece, la domanda contiene già la risposta: allo studente non si chiede di cercare, ma di riconoscere, non di pensare, ma di coincidere. In questo slittamento si consuma più di una crisi didattica, una crisi di senso.

Scuola e università non sono più luoghi di scoperta, ma dispositivi di selezione. Si studia per superare, non per comprendere, per arrivare, non per diventare. E quando il traguardo si incrina, vacilla non solo il percorso, ma l’identità. Friedrich Nietzsche ammoniva che "una conoscenza incapace di servire la vita è una conoscenza malata". Abbiamo costruito un sapere impeccabile nella forma, ma anemico nella funzione. Il voto diventa misura di valore, il risultato sostituisce il significato. L’apprendimento smette di essere esperienza e diventa prestazione.
Roma - teatro degli ultimi più eclatanti episodi di questo scollamento esistenziale - ne è uno specchio potente. Città che conserva l’idea di educazione come formazione dell’uomo, oggi osserva studenti attraversarla con un carico invisibile: l’ansia di essere all’altezza di qualcosa che non hanno scelto.

Blaise Pascal scriveva che “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Eppure il nostro sistema educativo sembra aver smarrito proprio questo lessico: non ascolta la fatica, non intercetta l’inadeguatezza, non riconosce il bisogno - profondamente umano - di essere "visti" prima che valutati. Così il fallimento diventa stigma: non più passaggio, ma marchio. Quando la cronaca restituisce episodi estremi, li si liquida come eccezioni. Sarebbe un errore.

Émile Durkheim parlava di anomia: il momento in cui le regole smettono di orientare e iniziano a opprimere. Se le aspettative superano le persone che dovrebbero sostenere, il patto educativo si è incrinato. La domanda è semplice solo in apparenza: chiediamo ai giovani di essere sé stessi o di adeguarsi a un modello? Nel primo caso educhiamo libertà, nel secondo produciamo conformità. Plutarco ricordava che educare non significa riempire un vaso, ma accendere un fuoco. Ma un fuoco ha bisogno di spazio, tempo, ossigeno. Non cresce sotto pressione continua: cresce quando trova respiro, senso. Ecco il punto.

Scuola e università non possono limitarsi a trasmettere contenuti, devono restituire significato. Tornare a essere luoghi in cui la conoscenza è incontro, non accumulo, orientamento, non peso. Martin Heidegger definiva l’uomo “apertura al mondo”. Se chiudiamo questa apertura dentro griglie di prestazione, non formiamo individui, restringiamo il seme di umanità che stiamo provando a far diventare un fiore. Roma continua a insegnare, anche nel silenzio delle sue rovine. Ricorda che ogni civiltà che dimentica l’uomo finisce per consumarsi. Forse è tempo di ascoltare questo silenzio. E di ripartire da una scelta semplice e radicale: mettere la persona prima della prestazione. Perché una scuola che non sa vedere i suoi studenti, prima o poi, smette anche di formarli. E quando accade, ciò che resta non è sapere, ma solitudine.