L’assoluzione che ribalta tutto.  Si chiude con un’assoluzione piena la vicenda giudiziaria di Gianni Micalusi, noto come “Johnny”, ristoratore dei vip. La Corte d’Appello di Roma ha cancellato la condanna di primo grado a 8 anni e 6 mesi, stabilendo che “il fatto non sussiste” per tutti i 15 capi d’accusa contestati. Un ribaltamento totale rispetto al verdetto iniziale, che segna anche la fine delle misure patrimoniali adottate nei confronti dell’imprenditore. Tra queste, la confisca dei beni, ora revocata.

Il nodo delle intestazioni fittizie

Al centro del processo, le intestazioni di società, conti correnti e ristoranti a familiari e conoscenti. Una scelta che la difesa, guidata dall’avvocato Dario Vannetiello, ha ricondotto alla situazione personale di Micalusi. Dichiarato fallito nel 1995 dal Tribunale civile di Latina e condannato in passato per bancarotta fraudolenta, il ristoratore non poteva intrattenere rapporti diretti con il sistema bancario né assumere cariche societarie. Da qui la decisione di intestare formalmente le attività ad altri soggetti, circostanza ritenuta legittima nel contesto delineato dalla difesa.

Il successo di “Assunta Madre”

Prima dell’arresto nel 2017, Micalusi era all’apice del successo con il marchio “Assunta Madre”, ristorante di lusso specializzato in cucina di pesce. Le sedi si estendevano da Roma a Milano, fino a capitali europee come Londra, Barcellona e Mosca. Il locale di via Giulia, nella capitale, era frequentato da personalità di primo piano della politica, dello sport e dello spettacolo. Nelle cantine erano custodite etichette di altissimo valore, tra cui bottiglie di Romanée-Conti dal prezzo fino a 15mila euro.

I dubbi sulla gestione dopo il sequestro

Archiviata la fase penale, ora l’attenzione si sposta sulla gestione dei beni durante il periodo di amministrazione giudiziaria. Micalusi, attraverso il suo legale, chiede chiarimenti sulle decisioni prese, in particolare sulla chiusura del ristorante di Milano nel 2022. La difesa punta a fare luce sulle modalità con cui sono stati amministrati locali e attività economiche durante il sequestro, sollevando interrogativi sulla loro gestione e sul valore preservato nel tempo.

Una nuova fase dopo la sentenza

L’assoluzione apre ora una nuova fase per il ristoratore, che potrebbe tentare di rilanciare il proprio marchio dopo anni di vicende giudiziarie. Resta però il capitolo, ancora aperto, delle eventuali responsabilità legate alla gestione dei beni sequestrati. Una partita che si sposta dal terreno penale a quello amministrativo e civile, con possibili ulteriori sviluppi nei prossimi mesi.