“Siamo il primo passo del processo di guarigione di Israele”. Con queste parole Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato la nascita di Beyahad, “insieme”, la nuova formazione politica che punta a sfidare il premier Benjamin Netanyahu, da anni figura dominante della scena israeliana. L’intesa tra i due ex capi di governo segna un ritorno a una formula già sperimentata nel 2021, quando riuscirono a mandare all’opposizione il leader del Likud, guidando una coalizione ampia e fragile che però durò poco più di un anno.

Una strana coppia contro Netanyahu

L’alleanza unisce due profili molto diversi. Bennett, espressione della destra religiosa e vicino al mondo dei coloni, e Lapid, volto laico e moderato del centrosinistra urbano, soprattutto a Tel Aviv. Differenze che entrambi rivendicano come un punto di forza. L’obiettivo comune è chiaro: costruire un’alternativa credibile a Netanyahu, oggi alla guida di un governo sostenuto anche da forze dell’estrema destra religiosa, in un Paese segnato da profonde divisioni.

Il peso della guerra e delle fratture interne

La nuova alleanza nasce in un contesto radicalmente cambiato rispetto a quattro anni fa. Israele arriva da tre anni di guerra e resta scosso dalle conseguenze dell’attacco di Hamas del 7 ottobre, che ha aperto una ferita politica e istituzionale ancora aperta. Al centro del dibattito ci sono le responsabilità del governo e la richiesta di una commissione indipendente d’inchiesta, oltre alla questione irrisolta della leva obbligatoria per gli ultraortodossi, tema che continua a dividere profondamente la società.

I numeri e gli equilibri

Secondo gli ultimi sondaggi, la partita resta apertissima. L’opposizione potrebbe raggiungere una maggioranza minima alla Knesset, mentre la coalizione di governo appare in difficoltà, anche per la possibile esclusione di alcune forze minori. Tuttavia, la stabilità resterebbe fragile, con equilibri appesi a pochi seggi e la necessità di costruire alleanze ampie ma difficili da mantenere.

Strategie e limiti della nuova coalizione

A differenza del 2021, Bennett e Lapid escludono al momento una collaborazione diretta con i partiti arabi, puntando su una maggioranza definita “sionista”. Una scelta che restringe il campo ma mira a evitare le tensioni che avevano fatto cadere il precedente governo. Intanto, l’alleanza lancia segnali ad altre figure centriste, come l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, nel tentativo di allargare il fronte anti-Netanyahu.

Le reazioni e lo scontro politico

Dal fronte governativo, la risposta è stata immediata. Netanyahu e i suoi alleati accusano la nuova formazione di essere pronta a compromessi con il mondo arabo, alimentando uno scontro che si gioca anche sul terreno della comunicazione e dei social. Dall’opposizione, invece, arrivano segnali di apertura. Il leader dei Democratici Yair Golan e il capo di Yisrael Beytenu, Avigdor Liberman, vedono nell’alleanza un primo passo verso un cambio di governo.

Uno scenario ancora aperto

Secondo analisti come Yehudah Mirsky, della Brandeis University, un eventuale governo guidato da Bennett non segnerebbe una svolta radicale, ma potrebbe riportare pragmatismo e stabilità istituzionale, con maggiore attenzione alla legalità e alla classe media. La sfida, però, resta complessa. Dopo anni di leadership di Netanyahu, il sistema politico israeliano appare ancora frammentato e attraversato da tensioni profonde. La nascita di Beyahad rappresenta un tentativo di ricomposizione. Se sarà sufficiente a cambiare gli equilibri, lo diranno le urne.