Benevento

Un riconoscimento che intreccia sensibilità narrativa, attenzione alla diversità e profondo legame tra esseri umani e animali: Nicola Sguera è il vincitore della seconda edizione del Premio Milo, promosso dall’Enpa, con il racconto “Onore al cane che guida l’uomo che guida il cane”. La cerimonia di premiazione si terrà venerdì 8 maggio alle ore 10:30 nella Sala Laudato Si’ del Campidoglio, a Roma, alla presenza delle istituzioni e dei promotori del premio.

Un premio nato da una storia simbolo

Il Premio Milo è stato ideato nel 2024 da Carla Rocchi, presidente nazionale ENPA, in memoria di Milo, il gatto affetto da ipoplasia cerebellare reso celebre dalla scrittrice e giornalista Costanza Rizzacasa d'Orsogna. Attraverso la trilogia Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare, pubblicata da Guanda, Milo è diventato negli anni un simbolo internazionale di inclusione e accettazione della diversità. Il premio nasce proprio con l’obiettivo di valorizzare racconti capaci di esplorare queste tematiche, promuovendo uno sguardo empatico e consapevole.

Una storia che ribalta i ruoli

L’elaborato di Sguera si distingue per la capacità di raccontare una relazione in cui i ruoli tradizionali tra uomo e animale si intrecciano e si ridefiniscono. Il titolo stesso suggerisce una narrazione in cui guida e affidamento diventano reciproci, mettendo in luce una dimensione di interdipendenza spesso trascurata.
Il riconoscimento arriva in un momento significativo per Nicola Sguera, che proprio nei giorni precedenti ha ottenuto anche il primo premio per un racconto inedito alla prima edizione del concorso letterario “Dove sei posato fiorisci”, svoltosi ad Aiello del Sabato.

Questa la motivazione del premio: «Per la capacità di raccontare, con sensibilità e profondità, il valore salvifico dell’ascolto autentico e della presenza umana. Il racconto illumina come un gesto semplice, quasi invisibile, possa interrompere il senso di smarrimento e aprire uno spazio di rinascita. Attraverso una narrazione intensa e misurata, l’autore restituisce il senso più profondo del “fiorire”: non un atto solitario, ma un processo che nasce nell’incontro e nella cura».