Dal palco del Concertone del Primo Maggio di Taranto, Michele Riondino lancia un’accusa netta contro il sistema che ruota attorno all’ex Ilva. L’attore e direttore artistico dell’evento parla di una fabbrica che “da anni non produce acciaio ma cassa integrazione, voti, campagna elettorale e tessere sindacali”. Parole dure che fotografano una realtà industriale e sociale profondamente cambiata, dove il peso economico dello stabilimento si intreccia con dinamiche politiche e sindacali. Nel suo intervento, Riondino sottolinea come il destino della fabbrica sia ormai segnato più dal mercato che da decisioni locali. “Non saremo noi a chiuderla”, afferma, indicando una crisi che appare strutturale e non più contingente.

Il futuro nei giovani

Al centro del discorso emerge il ruolo delle nuove generazioni. Riondino legge la lettera di una studentessa tarantina, Margherita Piemontese, che racconta il legame con la città e la scelta di partire per studiare altrove. Un percorso comune a molti giovani del territorio, divisi tra radici e opportunità. La lettera, intitolata “Il vaso della speranza”, diventa simbolo di una visione alternativa: una Taranto che non dipende dall’acciaio ma che può reinventarsi. “Taranto ospita quell’acciaieria, non dipende da essa”, ribadisce l’attore, indicando una prospettiva di emancipazione economica e culturale.

Dalla vertenza al movimento

Riondino ripercorre anche la nascita del movimento dei “Liberi e pensanti”, nato nel 2012 durante la crisi giudiziaria e industriale dello stabilimento. In quell’estate, mentre Cgil, Cisl, Uil e Confindustria si opponevano alle decisioni della magistratura sul sequestro degli impianti, un gruppo di lavoratori e cittadini occupò piazza della Vittoria. Da quell’azione nacque un comitato che negli anni ha trasformato il Primo Maggio tarantino in un evento simbolo della protesta e della riflessione sul lavoro e sulla dignità. Una risposta alternativa alla tradizionale festa dei lavoratori, pensata per dare voce a chi si sente escluso.

Uno scenario ancora aperto

Il quadro che emerge è quello di una città sospesa tra passato industriale e futuro incerto. Taranto resta un simbolo nazionale delle contraddizioni tra lavoro, salute e ambiente. Le parole di Riondino riaccendono il dibattito su quale direzione intraprendere. Nel frattempo, la speranza sembra affidata ai giovani che partono ma non dimenticano, con l’idea di tornare e contribuire a costruire un nuovo modello di sviluppo. Una sfida ancora aperta, che riguarda non solo Taranto ma l’intero sistema industriale italiano.