Napoli

Il Napoli scendeva a guerreggiare per i soldi e la gloria nello stadio Giuseppe Sinigaglia di Como contro la squadra rivelazione del torneo. Spettatori interessati e gufanti contro Rrahmani e soci erano tutti i tifosi nerazzurri - salvo spiacevoli sorprese per loro provenienti dall'inchiesta penale sugli arbitri - e (ci potete giurare) buona parte dei supporter italiani delle altre squadre. Confesso, tuttavia, di non aver goduto dei palpiti di molti giornalisti-tifosi, anche in virtù del fatto che il più era ormai fatto. Perso lo scudetto, restava il prestigio del secondo posto e la volgarità di un'ottantina di milioni, che - in caso di arrivo tra le prime quattro - avrebbero donato opzioni e fiato (economico) agli azzurri.

Tutto cominciava, come al solito, dalla formazione scelta da Antonio Conte, peraltro con canoni e criteri ai più (compreso il sottoscritto) incomprensibili. Si "spiegava" così la presenza in campo dal primo minuto di Sam Beukema al posto dell'appena destrizzato (e già abiurato) Mathías Olivera. Per il resto, nelle fila partenopee c'erano tutti i calciatori attesi, con i loro - più volte argomentati dal sottoscritto - pro e contro.

Il Napoli, intanto, aveva anche già misteriosamente perso l'atteggiamento pugnace del turno precedente, tanto esaltato dai molti cantori acritici del tecnico salentino. In linea con quanto appena esposto, gli azzurri giocavano un primo tempo osceno, subendo il 61% del possesso palla, 10 tiri (contro 5 propri), di cui 4 a 1 in porta, arrivando sempre in ritardo sulle seconde palle e non apparendo mai veramente vogliosi di raggiungere quanto prima l'agognato (e salvifico per le casse azzurre) traguardo della Champions League.

Le cose non miglioravano affatto con l'inizio della seconda frazione, tanto che sia il possesso palla dei lariani sia il conteggio dei tiri subiti dagli azzurri (senza peraltro aggiungerne di propri) risultavano ulteriormente peggiorati già dopo 10 minuti. Il Como correva il doppio e sembravano i lombardi quelli che dovevano onorare lo scudetto sul petto.

Ma una spiegazione (o giustificazione) forse c'era. Antonio Conte, dopo aver guardato le due sconfitte del Como contro l'Inter, nelle quali i lariani avevano dominato per 60 minuti e poi subito la rimonta nerazzurra, aveva di certo voluto adottare la tattica del finto morto: subire quel tanto da stancare l'avversario per poi colpirlo quando meno se lo aspettava. Non ci crederete, ma quasi ci riusciva. Uno stratega guida la prima dei perdenti.