Giorgia Meloni sceglie Erevan per rispondere a Donald Trump e difendere la posizione dell’Italia nella Nato. A margine del vertice della Comunità Politica Europea, la presidente del Consiglio ha rivendicato la linea di Roma: l’Italia, ha detto, “ha sempre mantenuto i suoi impegni”, anche quando non erano in gioco interessi nazionali diretti. Il riferimento è alle critiche arrivate da Washington dopo il mancato sostegno italiano all’attacco contro l’Iran e all’ipotesi, evocata dal presidente americano, di ritirare truppe statunitensi da Italia, Germania e Spagna.
La risposta a Washington
La premier ha contestato l’idea che l’Italia sia venuta meno ai propri obblighi atlantici. Ha ricordato la partecipazione italiana alle missioni in Afghanistan e in Iraq, sottolineando che il Paese è stato un alleato affidabile anche nelle fasi più complesse della politica internazionale. Secondo Meloni, inoltre, nessuna richiesta formale di sostegno alle scelte americane sarebbe stata presentata in sede Nato, elemento che per Palazzo Chigi rende infondate le accuse rivolte a Roma. Il tema più delicato resta il possibile ridimensionamento della presenza militare americana in Europa. Meloni ha riconosciuto che da tempo negli Stati Uniti esiste un dibattito sul disimpegno dal continente, ma ha aggiunto che una scelta di questo tipo non dipenderebbe dall’Italia e che personalmente non la condividerebbe. Il messaggio politico è doppio: difesa del rapporto con Washington, ma anche spinta a rafforzare la capacità europea di sicurezza.
Il vertice con Rubio
Il tentativo di ricucire passerà ora dall’incontro con il segretario di Stato americano Marco Rubio, atteso a Roma tra il 6 e l’8 maggio. L’appuntamento con Meloni è previsto venerdì 8 maggio alle 11.30 a Palazzo Chigi, nell’ambito di una missione dedicata ai rapporti con l’Italia e con la Santa Sede. Il Dipartimento di Stato ha indicato tra i temi in agenda sicurezza condivisa, allineamento strategico, Medio Oriente e relazioni transatlantiche. Il colloquio arriva in un momento di frizione evidente. Le divergenze sull’Iran, la pressione americana sugli alleati e il nodo della spesa militare pesano sul rapporto tra Roma e Washington. Per Meloni, che ha costruito una parte della propria politica estera sul rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, l’obiettivo è evitare che la crisi si trasformi in uno strappo stabile.
Sicurezza europea e Mediterraneo
Nel suo intervento al vertice di Erevan, la premier ha allargato il ragionamento alla sicurezza europea. L’Europa, ha sostenuto, deve “alzare il tiro” e dimostrare non solo di saper rispondere alle emergenze, ma anche di prevederle. Da qui la proposta di creare un foro sul modello della Comunità Politica Europea, ma dedicato al Mediterraneo allargato, area che per Meloni concentra molte delle crisi decisive per il futuro del continente. Il concetto usato dalla presidente del Consiglio è quello di “multicrisi”: guerre, migrazioni, energia, sicurezza economica, manipolazione informativa e uso malevolo dell’intelligenza artificiale. In questo quadro, l’immigrazione incontrollata viene indicata come una pressione che incide sulla sicurezza dei cittadini, sulle finanze pubbliche, sul mercato del lavoro e sulla fiducia nelle istituzioni.
La diplomazia dell’energia
Dopo il vertice in Armenia, Meloni ha proseguito la missione nel Caucaso meridionale con una tappa a Baku, dove ha incontrato il presidente azero Ilham Aliyev. La visita rientra nella strategia che la premier definisce “diplomazia dell’energia”, già sviluppata con i viaggi in Algeria e nel Golfo. L’obiettivo è diversificare rotte, forniture e alleanze, riducendo la vulnerabilità italiana in una fase di forte instabilità internazionale. La partita resta aperta su più tavoli. Con gli Stati Uniti, Meloni deve difendere la credibilità atlantica dell’Italia senza accettare un automatismo sulle scelte militari americane. Con l’Europa, punta a rafforzare l’autonomia di sicurezza. Con il Mediterraneo e il Caucaso, cerca di consolidare le leve energetiche e diplomatiche di Roma. Il primo banco di prova sarà l’incontro con Rubio, chiamato a misurare quanto margine ci sia per riportare il rapporto transatlantico su un terreno meno conflittuale.