Napoli

L’Inter ha cucito lo scudetto sul petto, il sipario sulla lotta per il vertice si è abbassato e il campionato entra nella sua fase di bilanci. Per il Napoli, il calendario mette ora davanti tre sfide che, sulla carta, appaiono lineari ma che rappresentano in realtà l’ultimo esame di maturità per blindare un secondo posto prezioso. Al "Maradona" arriveranno Bologna e Udinese, squadre che non hanno più nulla da chiedere alla classifica ma che all’andata hanno saputo sgambettare gli azzurri; servirà dunque quella dose di sana rabbia agonistica e orgoglio ferito per restituire il favore sportivo. In mezzo la trasferta di Pisa contro una compagine già retrocessa.

Eppure, nonostante la piazza si trovi a un passo dal confermarsi come la seconda forza del calcio italiano, nell'aria serpeggia una forma di delusione che definire assurda è un eufemismo. Un malumore sottile, alimentato dai "tifosi social", che rischia di inquinare un traguardo che meriterebbe solo applausi.

Bisogna avere il coraggio della memoria, specialmente quest'anno, mentre il club taglia il traguardo storico dei cento anni di vita. Nella sua secolare epopea, il Napoli ha vinto lo scudetto solo quattro volte. Denigrare un secondo posto significa non avere rispetto per la propria storia e per la difficoltà intrinseca di restare ai vertici del calcio moderno. Spesso dimentichiamo con troppa facilità il passato recente: la penultima volta che il Napoli si è laureato Campione d'Italia, la stagione successiva fu un naufragio collettivo terminato con un desolante decimo posto. Quella fu una squadra che fece schifo, letteralmente, incapace di reggere il peso della gloria. Oggi, invece siamo di fronte a un gruppo che, pur cedendo il trono, è rimasto lì, a lottare per la piazza d’onore.

E lo ha fatto navigando in una tempesta perfetta. Parlare di questa stagione senza menzionare l'ecatombe dei quaranta infortuni – molti dei quali gravi e concentrati in reparti chiave – è intellettualmente disonesto. Ci sono stati momenti in cui mettere insieme undici giocatori per una formazione titolare è sembrato un esercizio di equilibrismo più che di tattica. In un contesto del genere, mantenere la rotta e puntare al secondo gradino del podio non è un ripiego, ma un’impresa di resilienza che testimonia la solidità del progetto e la tenacia del gruppo.

Essere tifosi del Napoli è una cosa seria. È un atto d'amore che richiede conoscenza, prospettiva e la capacità di distinguere un momento di flessione (se così su vuol considerare un secondo posto, che pure è esagerato) da un fallimento. Il tifo da tastiera, quello che vive di sentenze definitive dopo un pareggio e che ignora la complessità di una stagione martoriata dall'infermeria, è un rumore di fondo che non rende giustizia alla dignità della maglia.

Mentre ci avviciniamo alle celebrazioni del centenario, dovremmo guardare a questo secondo posto con l'orgoglio di chi sa da dove viene. Il Napoli è vivo, è competitivo e sta onorando il suo secolo di storia rimanendo nell'élite. Blindare questo piazzamento nelle prossime tre gare non è solo una necessità di classifica, ma il modo migliore per dire grazie a chi, nonostante tutto, ha sudato per difendere il vessillo azzurro. Facciamo i tifosi, quelli veri, e applaudiamo una squadra che ha saputo restare grande anche nelle difficoltà.