Lo Stretto di Hormuz è di nuovo il punto più fragile della crisi tra Stati Uniti e Iran. Nelle ultime ore due cacciatorpediniere americani, la USS Truxtun e la USS Mason, avrebbero attraversato il passaggio strategico dopo essere stati minacciati da piccole imbarcazioni, missili e droni iraniani. Secondo fonti della Difesa Usa citate dai media americani, le navi non sarebbero state colpite e le contromisure, con il supporto aereo, avrebbero neutralizzato o dissuaso gli attacchi.
Il duello delle versioni
La guerra delle informazioni corre parallela a quella sul mare. Washington sostiene che il Project Freedom serva a riaprire una rotta sicura per le navi rimaste bloccate nel Golfo, mentre Teheran parla di fallimento dell’operazione e afferma che lo Stretto resta sotto controllo iraniano. L’agenzia Tasnim ha negato che una nave collegata a Maersk sia passata sotto scorta americana, ma la compagnia danese ha comunicato che la Alliance Fairfax, battente bandiera Usa e gestita da una controllata, ha completato il transito senza incidenti.
La condanna europea
L’Unione europea ha condannato con fermezza gli attacchi missilistici e con droni attribuiti all’Iran contro partner strategici nel Golfo, esprimendo solidarietà a Emirati Arabi Uniti e Oman. Bruxelles ha parlato di violazione del diritto internazionale e ha chiesto a Teheran di cessare immediatamente le azioni militari, rispettando sovranità e integrità territoriale dei Paesi della regione. La posizione europea riflette il timore che la crisi marittima possa trasformarsi in un conflitto più ampio, con ricadute dirette sulla sicurezza energetica globale.
Gli attacchi nel Golfo
Gli Emirati Arabi Uniti hanno denunciato un attacco iraniano con droni contro una nave nazionale collegata ad ADNOC nello Stretto di Hormuz, parlando di atto terroristico e rivendicando il diritto a reagire. Nelle stesse ore, diversi governi regionali e occidentali hanno chiesto il rispetto del cessate il fuoco e la ripresa dei negoziati. La situazione resta però segnata da accuse incrociate, con l’Iran che attribuisce agli Stati Uniti la responsabilità dell’escalation e Washington che accusa Teheran di tenere in ostaggio una rotta essenziale per il commercio mondiale.
Il nodo energetico
La posta in gioco non è solo militare. Da Hormuz passa una quota decisiva del traffico energetico mondiale e ogni blocco prolungato può incidere sui prezzi del petrolio, sulle assicurazioni marittime e sulle catene di approvvigionamento. La crisi colpisce anche gli equipaggi e le compagnie di navigazione, costrette a scegliere tra attesa, deviazioni costose o transiti sotto scorta militare. Per questo la pressione diplomatica si concentra sulla libertà di navigazione, considerata da Stati Uniti, Europa e Paesi del Golfo una linea rossa strategica.
La via diplomatica si restringe
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha avvertito che l’Iran «non ha nemmeno iniziato» il braccio di ferro con gli Stati Uniti, mentre diverse capitali europee chiedono il ritorno al tavolo negoziale. Il ministro spagnolo degli Esteri José Manuel Albares ha definito insostenibile il blocco dello Stretto, e il presidente francese Emmanuel Macron ha giudicato inaccettabili gli attacchi contro infrastrutture emiratine. La diplomazia resta l’unico argine dichiarato, ma sul campo il margine si riduce a ogni nuovo scambio di fuoco.