Alessandro Barbero è entrato in tribunale non per una conferenza, ma per una testimonianza destinata a pesare in un processo che intreccia storia, memoria pubblica e diritto di critica. Lo storico è comparso al Palazzo di Giustizia di Lecce nel procedimento a carico della sindaca di Specchia, Anna Laura Remigi, imputata per alcune espressioni rivolte al generale Luigi Cadorna, definito in passato anche «sanguinario» e «macellaio». La vicenda nasce dalla contestata intitolazione di una strada e dalla volontà dell’amministrazione comunale di sostituire il nome del generale con quello di Gino Strada, fondatore di Emergency.

La lezione di storia in tribunale

Davanti al giudice monocratico Michele Giannone, Barbero è stato ascoltato come testimone della difesa. La sua deposizione ha riportato l’aula indietro alla Prima guerra mondiale, alla gestione del fronte italiano e alla figura di Cadorna, comandante segnato nella memoria collettiva dalla durezza della disciplina militare, dalle fucilazioni, dalle decimazioni e dal trauma di Caporetto.

Lo storico ha ricostruito il contesto bellico, ricordando che tutti gli eserciti subirono perdite enormi per il modo stesso in cui si combatteva allora. Ma il punto centrale della sua testimonianza ha riguardato il giudizio storico sul generale. Alla domanda se Cadorna potesse essere definito «sanguinario», Barbero ha distinto il piano morale da quello storico: sanguinario, ha spiegato in sostanza, è chi prova piacere davanti al sangue; Cadorna, secondo la sua lettura, non sarebbe stato mosso da quel sentimento, ma da una sostanziale indifferenza verso i massacri.

Il processo alla sindaca

Sul banco degli imputati c’è Anna Laura Remigi, sindaca di Specchia, denunciata da un nipote del generale, Carlo Cadorna, assistito dall’avvocato Andrea Tirondola. Le frasi contestate risalgono al 22 dicembre 2022, durante una cerimonia pubblica nel comune salentino. In quell’occasione la prima cittadina aveva criticato duramente l’intitolazione di una strada a Luigi Cadorna, parlando di un atto «abominevole» e collegando il nome del generale alle sofferenze dei soldati italiani mandati al fronte.

Secondo l’accusa privata, quelle parole avrebbero superato il limite del diritto di critica, ledendo la memoria del militare. La Procura di Lecce, con la pm Erika Masetti, aveva inizialmente chiesto l’archiviazione, ritenendo l’intervento inserito nel perimetro della critica politica e storica. La giudice Elena Coppola, però, non ha condiviso quell’impostazione e ha disposto l’imputazione coatta della sindaca.

La memoria contesa

La deposizione di Barbero ha trasformato il processo in un passaggio più ampio sul modo in cui una comunità giudica i nomi presenti nello spazio pubblico. Da una parte c’è la memoria militare di Cadorna, figura ancora controversa della storia italiana. Dall’altra c’è la scelta politica di Specchia di proporre Gino Strada come simbolo opposto, legato alla cura delle vittime di guerra e all’impegno umanitario.

Il nodo giuridico resta delicato: stabilire se le parole della sindaca siano state un attacco diffamatorio alla memoria di un personaggio storico o un giudizio politico, magari aspro, ma fondato su elementi riconoscibili nel dibattito storiografico. Proprio per questo la testimonianza di Barbero potrebbe assumere rilievo nella valutazione finale, perché colloca le espressioni contestate dentro un quadro storico documentato e non dentro una semplice invettiva.

La decisione a fine maggio

Il verdetto è atteso per il 29 maggio. Fino ad allora resterà aperta una vicenda che supera il caso locale e tocca un tema nazionale: il rapporto tra storia, toponomastica, memoria civile e libertà di espressione. In aula, la figura di Luigi Cadorna non è stata soltanto oggetto di un processo penale, ma anche di una nuova discussione pubblica sul peso delle parole quando la politica decide di fare i conti con il passato.