La guerra contro l’Iran non è finita. Benyamin Netanyahu sceglie la televisione americana per fissare la linea di Israele nel momento in cui la diplomazia prova a costruire un’intesa tra Washington e Teheran. In un estratto dell’intervista al programma 60 Minutes della Cbs, il premier israeliano sostiene che le scorte di uranio arricchito in possesso dell’Iran debbano essere rimosse prima di considerare chiuso il conflitto.

Il messaggio è diretto agli alleati americani, ai mediatori regionali e alla leadership iraniana. Per Netanyahu, non basta fermare i combattimenti né congelare le ostilità nello Stretto di Hormuz o lungo i fronti regionali. La condizione essenziale resta il cuore del dossier nucleare: portare fuori dall’Iran il materiale arricchito e smantellare i siti ancora operativi.

La linea dura di Israele

Nell’intervista alla Cbs, Netanyahu afferma che “c’è ancora materiale nucleare” e che l’uranio arricchito deve essere portato fuori dal Paese. Il premier aggiunge che esistono ancora siti di arricchimento da smantellare e, alla domanda su come rimuovere fisicamente l’uranio, risponde con una formula netta: si entra e lo si porta via.

È una posizione che irrigidisce il quadro negoziale. Mentre gli Stati Uniti lavorano a un memorandum per fermare il conflitto, Israele chiede che qualsiasi accordo non lasci a Teheran né scorte sensibili né infrastrutture capaci di riattivare rapidamente il programma nucleare. In sostanza, Netanyahu vuole evitare una tregua che sospenda la guerra ma conservi intatto il potenziale strategico iraniano.

Il nodo dell’uranio arricchito

Il punto più delicato riguarda le scorte di uranio ad alto arricchimento. Secondo valutazioni riprese nelle ultime settimane da media americani e fonti di intelligence, l’Aiea non sarebbe in grado di verificare pienamente lo stato di una parte significativa del materiale nucleare iraniano dopo gli attacchi ai principali impianti. Proprio questa incertezza alimenta la pressione israeliana.

Per Israele, la rimozione fisica dell’uranio è l’unica garanzia concreta. Per l’Iran, invece, trasferire all’estero le proprie scorte resta una concessione difficilissima da accettare, perché toccherebbe uno dei simboli della sovranità nazionale e della capacità scientifica del Paese. È qui che il negoziato rischia di bloccarsi: la sicurezza richiesta da Gerusalemme coincide con ciò che Teheran considera una linea rossa.

Diplomazia sotto pressione

Le parole di Netanyahu arrivano mentre l’Iran ha trasmesso, tramite la mediazione del Pakistan, la propria risposta alla proposta americana. I contatti coinvolgono anche il Qatar, impegnato a facilitare un canale tra le parti. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che negoziare non significa arrendersi, cercando di tenere aperta la strada diplomatica senza apparire debole davanti al fronte interno.

La Casa Bianca continua a dire di voler dare spazio alla diplomazia, ma mantiene pronta l’opzione militare. Il problema è che la richiesta israeliana di rimuovere l’uranio e smantellare gli impianti può trasformare un possibile cessate il fuoco in un negoziato molto più ambizioso e molto più difficile. Non si tratta più solo di fermare le armi, ma di decidere il futuro del programma nucleare iraniano.

Un accordo ancora lontano

La dichiarazione di Netanyahu restringe il margine di compromesso. Se la guerra deve finire soltanto dopo la rimozione dell’uranio arricchito, ogni intesa provvisoria rischia di essere giudicata insufficiente da Israele. Al tempo stesso, se Teheran rifiuta di consegnare il materiale, gli Stati Uniti dovranno scegliere se insistere sulla trattativa o tornare alla pressione militare.

La partita, quindi, resta sospesa tra cessate il fuoco e resa dei conti strategica. Le parole del premier israeliano hanno un obiettivo evidente: impedire che la diplomazia produca un accordo percepito come troppo debole. Ma aumentano anche il rischio che il negoziato si trasformi in un ultimatum. Per ora, la guerra può rallentare. Ma, secondo Netanyahu, non può ancora dirsi conclusa.