A Kabul la vita continua solo in apparenza. Dietro la normalità delle strade e dei mercati, molte donne afghane vivono una condizione di invisibilità forzata, escluse dall’istruzione, dal lavoro e dagli spazi pubblici. È il quadro raccontato da Leila Sarwari, giornalista afghana di 30 anni che oggi riceverà il premio Pimentel Fonseca nell’ambito del festival internazionale di giornalismo civile Imbavagliati, diretto da Désirée Klain. La reporter, che scrive sotto pseudonimo e nasconde il proprio volto per ragioni di sicurezza, si collegherà da Kabul con Napoli, dove fino a mercoledì si svolgeranno incontri e dibattiti dedicati alla libertà di stampa e ai diritti civili.

Il silenzio imposto alle donne

Sarwari descrive un Afghanistan segnato da controlli continui e dalla progressiva eliminazione delle donne dalla vita sociale. Dopo il ritorno dei talebani al potere nel 2021, molte ragazze hanno visto interrompersi studi, lavoro e prospettive personali. Secondo la giornalista, il problema non riguarda soltanto le restrizioni legislative, ma soprattutto il clima di paura permanente che accompagna ogni aspetto della quotidianità femminile. La scrittura è diventata per lei una forma di resistenza e di sopravvivenza personale, oltre che professionale.

La vita sotto pseudonimo

Utilizzare un nome falso rappresenta una protezione necessaria, ma comporta anche la rinuncia pubblica alla propria identità. Sarwari racconta il peso di vivere contemporaneamente presente e invisibile, costretta a nascondere il volto e il nome reale per continuare a lavorare. La giornalista si è laureata all’Università di Kabul e sognava una carriera diplomatica. Oggi osserva un’intera generazione privata della possibilità di costruire un futuro autonomo.

Le storie delle ragazze afghane

Nei suoi reportage, Sarwari raccoglie testimonianze di donne impossibilitate a parlare apertamente. Tra le storie che più l’hanno segnata c’è quella di una studentessa di Medicina che aveva iniziato il proprio percorso universitario poco prima del ritorno dei talebani. Per molte giovani afghane, il futuro non rappresenta più un progetto da costruire, ma qualcosa da difendere giorno dopo giorno. La chiusura delle scuole e delle università femminili viene descritta come una ferita destinata a segnare profondamente il Paese anche nei prossimi anni.

Il festival Imbavagliati

L’edizione 2026 di Imbavagliati, organizzata con il supporto dell’Ordine dei giornalisti, della Fnsi, del Sindacato unitario giornalisti della Campania e di Articolo21, dedica ampio spazio alla condizione della libertà di stampa nel mondo. Tra gli appuntamenti previsti figurano il reading musicale “La parola negata: donne che leggono donne”, un focus sulla detenzione dei bambini innocenti con Paolo Siani e l’anteprima del brano “Esperanto” di Tony Esposito, dedicato ai minori vittime dei conflitti.

Tra i premiati honoris causa anche l’inviata di guerra Barbara Schiavulli, direttrice di Radio Bullets, testata per la quale scrive la stessa Sarwari.