Il burnout non è più soltanto un disagio individuale, ma una vera emergenza sociale e produttiva che coinvolge aziende, lavoratori e interi contesti familiari. Una sindrome silenziosa, spesso difficile da riconoscere nei suoi primi segnali, ma capace di compromettere salute, relazioni e performance professionali. Da questa consapevolezza è partito il focus promosso da Confindustria Benevento dal titolo: “Sindrome di burnout: cosa è la sindrome di burnout e come riconoscerla in ambiente lavorativo”.
L’iniziativa ha acceso i riflettori su un fenomeno oggi ufficialmente riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come stress cronico lavoro-correlato, sempre più diffuso nel tessuto produttivo e nelle professioni ad alta pressione.
Ad aprire i lavori è stato il presidente di Confindustria Benevento, Andrea Esposito, che ha definito il burnout “un male sconosciuto” per gran parte del mondo imprenditoriale. «È una sindrome silenziosa – ha spiegato – di cui spesso ci accorgiamo quando i sintomi sono già evidenti e diventa troppo tardi intervenire. La prima cosa da fare è informare».
Esposito ha sottolineato come il tema della salute psicologica nei luoghi di lavoro rappresenti una sfida centrale per il futuro delle imprese. «Dobbiamo portare gli imprenditori non a lavorare di più, ma a durare di più», ha affermato, evidenziando la necessità di costruire ambienti aziendali più evoluti, capaci di guardare oltre il semplice concetto di welfare. Un modello che, secondo il presidente degli industriali sanniti, deve includere maggiore attenzione alla psicologia in azienda, pause più frequenti, gestione dello stress e persino una nuova “cultura dell’errore”, superando atteggiamenti punitivi che spesso aggravano tensioni e fragilità.
L’introduzione dell’incontro è stata affidata a Bruno Fragnito, mentre tra gli interventi quello del vicepresidente con delega alla sanità e alla cultura d’impresa, Gerardo Casucci, che ha definito il burnout «non la sindrome di qualcuno, ma la sindrome da qualcosa». Un fenomeno, quindi, strettamente legato ai contesti e alle dinamiche lavorative e sociali.
«Il burnout è uno spegnimento lento – ha spiegato Casucci – che nasce dall’interazione con l’ambiente di lavoro ma che finisce per compromettere anche la vita privata». Una condizione seria, codificata anche dal punto di vista legislativo, che non incide soltanto sul benessere del lavoratore ma anche sulla qualità delle prestazioni e sulla produttività delle aziende.
Secondo Casucci, la crescita dei casi è strettamente connessa ai cambiamenti sociali degli ultimi anni e agli effetti del post-Covid, che hanno modificato profondamente gli equilibri dentro le famiglie, nelle aziende e persino nel rapporto con la malattia e l’assistenza sanitaria. «Il paziente è sempre più solo», ha osservato, evidenziando una fragilità diffusa che attraversa tutta la società contemporanea.
A offrire una lettura scientifica del fenomeno è stato invece il medico e direttore scientifico Imrconsulting, Raffaele Arigliani, che ha posto l’accento sul legame inscindibile tra mente e corpo. «La scienza oggi ci dice che non esiste differenza tra mente e corpo: siamo un tutt’uno», ha spiegato. Da qui la necessità di costruire ambienti lavorativi sani, basati su relazioni positive, riconoscimento personale e senso di appartenenza.
Per Arigliani il benessere non coincide semplicemente con l’assenza di malattia, ma con un equilibrio complesso tra dimensione psicologica, fisica e relazionale. Quando questo equilibrio si rompe, il burnout rappresenta soltanto “l’apice della piramide”. La vera sfida, ha aggiunto, è intervenire prima, lavorando sulle basi del benessere organizzativo. «Un lavoratore che sta bene lavora meglio ed è anche più produttivo nell’interesse dell’azienda».
Al focus hanno preso parte anche la psicoterapeuta dell’Asl Napoli 1 Marion Sanges e i dirigenti Inail Roberto Ucciero e Pasquale Buongiorno. L’incontro promosso da Confindustria Benevento conferma come il burnout sia ormai una questione centrale nel dibattito sul lavoro contemporaneo: non solo un problema sanitario, ma una sfida culturale che impone alle aziende nuovi modelli organizzativi, maggiore attenzione alla persona e una diversa idea di produttività.