L’Iran torna a minacciare apertamente l’Occidente e rilancia sul dossier nucleare. A infiammare ulteriormente la crisi è stato Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare iraniana per la Sicurezza nazionale, che ha evocato la possibilità di portare l’arricchimento dell’uranio al 90% «in caso di un altro attacco». Una soglia considerata compatibile con la produzione di armi nucleari.
Le dichiarazioni arrivano mentre a Teheran si sono appena concluse cinque giornate di esercitazioni militari dei Pasdaran, ufficialmente organizzate per rafforzare la capacità di risposta contro il «nemico sionista-americano». Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha ribadito che la Repubblica islamica sarebbe «pronta a qualsiasi scenario» e che eventuali incursioni sul territorio iraniano provocherebbero «gravi danni».
Hormuz al centro dello scontro
Il nuovo confronto tra Washington e Teheran si concentra anche sul controllo dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico mondiale. I Pasdaran sostengono di aver ampliato di dieci volte la propria area operativa nel Golfo Persico, mentre diversi analisti ritengono che l’Iran stia tentando di usare la pressione sul petrolio come leva geopolitica contro gli Stati Uniti.
Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha replicato duramente: «Siamo noi a controllare lo Stretto e l’Iran lo sa». Poco prima della partenza per la Cina, il presidente Donald Trump ha cercato di rassicurare i mercati affermando che «la guerra finirà presto» e che gli Stati Uniti dispongono di «centinaia di petroliere pronte a uscire da Hormuz».
Anche l’Unione europea osserva con crescente preoccupazione l’evoluzione della crisi. L’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha aperto alla possibilità di rafforzare la missione navale europea Aspides per aumentare la sicurezza marittima nel Golfo.
Tregua fragile e costi di guerra
Nonostante i tentativi diplomatici, la tregua appare sempre più instabile. Lo stesso Trump ha ammesso che il cessate il fuoco con l’Iran resta «in condizioni critiche», mentre Hegseth ha confermato che le forze armate statunitensi sarebbero pronte a riprendere le operazioni militari «se necessario».
Nel frattempo cresce il costo economico del confronto. Secondo il Pentagono, la spesa sostenuta dagli Stati Uniti avrebbe raggiunto i 29 miliardi di dollari, quattro in più rispetto alle stime diffuse soltanto due settimane fa.
La partita con Cina e Brics
Dietro la crisi militare si muove però anche una complessa partita diplomatica. Trump, prima del viaggio a Pechino, ha parlato del suo «ottimo rapporto» con il presidente cinese Xi Jinping, pur sottolineando la superiorità militare americana.
La Cina continua a rappresentare un interlocutore decisivo per Teheran. L’ambasciatore iraniano a Pechino ha definito il governo cinese «una forza importante per ridurre le tensioni». Parallelamente il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi parteciperà alla riunione dei Brics in India, dove sono previsti incontri con diversi leader asiatici.
Sul fronte opposto, gli Stati Uniti hanno annunciato nuove sanzioni contro società e individui accusati di facilitare l’export di petrolio iraniano verso la Cina.
Le tensioni nel Golfo
A preoccupare i Paesi arabi del Golfo sono anche le accuse mosse dal Kuwait, che ha convocato l’ambasciatore iraniano denunciando presunte infiltrazioni di membri dei Pasdaran nell’isola strategica di Bubiyan, al confine tra Iraq e Iran. L’emirato ha definito l’episodio «una violazione della sovranità nazionale», mentre Teheran ha respinto ogni accusa definendola «infondata».
Intanto la Repubblica islamica ha presentato un ricorso alla Corte arbitrale dell’Aia contro gli Stati Uniti per gli attacchi ai siti nucleari iraniani, le sanzioni economiche e le minacce militari. Una strategia che conferma il doppio binario scelto da Teheran: deterrenza militare e pressione diplomatica.