Il governo tira dritto sui centri per migranti in Albania. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi rivendica la scelta dell’esecutivo e assicura che il sistema è destinato ad andare «progressivamente a pieno regime», dopo una prima fase segnata da ricorsi, contenziosi e difficoltà operative.

Piantedosi ha spiegato di aver trovato «strutture operative» e personale al lavoro «con professionalità». Per il ministro, l’accordo con Tirana resta «un fiore all’occhiello» dell’Italia e un modello che avrebbe già inciso sul dibattito europeo in materia di gestione dei flussi e procedure nei Paesi terzi.

Il nodo dei rimpatri

Il funzionamento attuale dei centri come strutture per il rimpatrio è, secondo Piantedosi, una prova dell’utilità del progetto. Il ministro sostiene che dall’Albania siano stati rimpatriati soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza, alcuni con precedenti penali rilevanti. Una lettura che il Viminale contrappone alle critiche di chi denuncia il rischio di trattenimenti generalizzati e di compressione delle garanzie individuali.

La struttura di Gjadër è stata inaugurata nell’ottobre 2024 all’interno di un’ex base militare albanese, nell’ambito del protocollo firmato tra il governo italiano e quello albanese. Il progetto ha previsto anche il centro di Shëngjin, destinato alle prime procedure di accoglienza e identificazione.

Il caso politico con Tirana

Il rilancio di Piantedosi arriva dopo le parole del ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha, che avevano aperto il caso sul possibile mancato rinnovo dell’intesa oltre il 2030. Nel giro di poche ore, il premier Edi Rama ha però precisato che il protocollo resterà in vigore finché l’Italia lo vorrà.

Per il governo Meloni, la cooperazione con l’Albania resta centrale anche nel percorso europeo di Tirana. Piantedosi ha sottolineato che l’Italia continuerà a sostenere l’ingresso dell’Albania nell’Unione europea, collegando l’accordo sui migranti a una più ampia collaborazione politica e istituzionale.

L’agenda europea

Il ministro lega il futuro dei centri anche all’entrata in vigore dei nuovi regolamenti europei sull’asilo e sulla migrazione. Secondo il Viminale, il modello italiano avrebbe anticipato una tendenza ormai discussa in diversi Paesi dell’Unione: procedure esterne, hub in Stati terzi e rimpatri più rapidi.

Resta però aperto il confronto con magistratura, opposizioni e organizzazioni umanitarie. I primi trasferimenti verso l’Albania erano stati rallentati da decisioni dei giudici e da dubbi sulla compatibilità delle procedure con il diritto europeo. Per il governo, quella stagione è stata una fase di assestamento. Per i critici, invece, il modello resta costoso, fragile e problematico sul piano delle garanzie.

La linea del Viminale

La rotta indicata da Piantedosi è netta: meno sbarchi, più rimpatri, più assunzioni nelle forze dell’ordine e maggiore controllo del territorio. Il ministro respinge l’idea che il dossier Albania sia una bandiera ideologica e lo presenta come uno strumento di sicurezza e gestione ordinata dei flussi.

La sfida, ora, sarà dimostrare che i centri possano funzionare davvero secondo il progetto originario, non solo come simbolo politico. Per il governo, l’Albania è il laboratorio di una nuova politica migratoria europea. Per le opposizioni, resta il punto più controverso della strategia di Giorgia Meloni sull’immigrazione.