Napoli

 

Sette morti, ventidue feriti da colpi di arma da fuoco e ventuno accoltellati. Cinquanta vittime in soli centotrentuno giorni, dal primo gennaio all’undici maggio, compongono un mosaico di ferocia che non concede tregua: la media è di un fatto di sangue ogni due giorni e mezzo. È un numero che non racconta solo una statistica, ma definisce la temperatura di una metropoli dove le pistole sparano per regolare conti  e i coltelli spuntano per uno sguardo interpretato male, in una commistione indistinguibile tra strategia criminale e rabbia sociale.

La geografia di questa guerra diffusa non ammette zone franche, tracciando una linea di sangue che dalle periferie storiche come Scampia e Ponticelli risale verso il cuore turistico di piazza Garibaldi e dei Quartieri Spagnoli, fino a lambire la provincia nord tra Arzano e Marano. Non è più la camorra dei grandi cartelli monolitici, ma una violenza liquida, imprevedibile e onnipresente, capace di manifestarsi tanto in un agguato di stampo militare quanto in una lite fuori da un ristorante a Giugliano o su un autobus della linea C32, dove una donna è stata colpita senza alcun motivo apparente.

Il caso di Ponticelli appare come il sismografo più sensibile di questo terremoto perenne. È qui che le parabole tragiche di vite spezzate si incrociano con una frequenza spaventosa. Il 7 aprile scorso l’alba ha illuminato il corpo del ventenne Fabio Ascione, ucciso da un proiettile esploso per errore da un rampollo del clan che giocava con un’arma davanti a un bar per vantarsi. Solo un mese dopo, l’11 maggio, la cronaca ha registrato l'esecuzione di Antonio Musella, freddato con cinque colpi di pistola mentre era a bordo del suo furgone. Musella, cinquantun anni di fatiche al mercato ortofrutticolo di Volla è l’emblema della "vittima trasversale": un uomo che pagherebbe con la vita parentele acquisite in ambienti criminali, morendo sotto gli occhi di una moglie che ancora urla la sua innocenza.

L’onda lunga della ferocia non risparmia nemmeno le scuole, trasformando i luoghi dell’istruzione in teatri di bullismo armato. A Scampia un quattordicenne è stato accoltellato nei bagni da un diciassettenne, mentre in piazza Municipio un altro giovanissimo è finito in ospedale con tre fendenti all’addome inflitti da un quindicenne. È la generazione dei "figli del vuoto", ragazzi che inseguono il mito della forza sui social e lo agiscono nelle piazze della movida o vicino alle giostre di Marano, dove la violenza diventa l'unico linguaggio disponibile per affermare un'identità ancora acerba ma già feroce.

Napoli, nel frattempo, continua a vivere la sua stagione d’oro, ostentando il lungomare affollato, i locali della movida e i turisti pronti a fotografare la bellezza immortale della città. È un paradosso doloroso (di cui ha parlato anche Papa Leone nel suo discorso in Piazza Plebiscito): la città dei record di visitatori è la stessa che si abitua con inquietante rapidità ai codici rossi e ai bossoli sequestrati. Sotto la patina della metropoli che ride, scorre una narrazione parallela fatta di errori di persona, come nel caso di Rosario Coppola ad Arzano, o di ragazzi feriti per difendere la fidanzata durante una rapina a Torre del Greco. Il copione resta identico, cambiano solo i nomi sulle cartelle cliniche, mentre la violenza quotidiana si fonde con la quotidianità, diventando parte integrante del paesaggio urbano, un rumore di fondo.