Avellino

di Paola Iandolo 

La Procura di Avellino ha chiesto un processo bis per Vincenzo IzzoPasquale De Luca,  Aldo Serio, Giovanni Notarangelo tutti già processati nel filone principale (attualmente in appello) relativo all’ex Isochimica e imputati in concorso di omicidio colposo per la morte dell’operaio Giovanni Venezia, deceduto il 3 maggio 2019 per un mesotelioma pleurico compatibile, secondo gli accertamenti della Procura di Avellino, con esposizioni a polvere di asbesto, malattia causata dall’esposizione, durante il periodo di attività lavorativa espletata dal 1985 al 1988, quale operaio scoibentatore presso l’Isochimica di Avellino”. Dinanzi al Gup del Tribunale di Avellino Giulio Argenio, questa mattina e’ stata avviata la discussione sulla richiesta di rinvio a giudizio firmata dal pm Chiara Guerriero. Costituiti parte civile i familiari dell’operaio deceduto, rappresentati e difesi dagli avvocati Palmira Nigro, Dario Cierzo e Felicia Bruno. La parte civile ha chiesto la citazione come responsabile civile di Rete Ferroviaria Italiana (Ferrovie dello Stato).

Le nuove contestazioni 
I quattro imputati, in concorso con Elio Graziano (deceduto nel 2017 responsabile della gestione della società Isochimica Spa che si occupava di lavorazione e rimozione dell’amianto nello stabilimento di Pianodardine) sono accusati di aver concorso nell’omicidio colposo dell’ex operaio. Izzo Vincenzo nella qualità di dirigente con funzioni di capo impianto e di responsabile tecnico del trattamento delle fibre di amianto residuate alla scoibentazione e responsabile aziendale della sicurezza, Pasquale De Luca in veste di vice e collaboratore. Per Aldo Serio, funzionario delle Ferrovie dello Stato in servizio presso l’ufficio servizio sanitario IV e Giovanni Notarangelo, funzionario delle Ferrovie dello Stato in servizio presso l’ufficio sanitario le accuse sono legate ad un verbale di sopralluogo del 2 agosto 1983 presso l’Isochimica. I due erano stati chiamati a verificare le caratteristiche tecniche dello stabilimento e le dotazioni igienico sanitarie dello stesso per l’esecuzione di operazioni di smontaggio, scoibientazione dell’amianto, ricoibientazione con prodotti alternativi e di montaggio dei rotabili. Documento in cui avrebbero attestato falsamente che esistevano “le condizioni per l’effettuazione delle lavorazioni sopra considerate sia dal lato tecnologico che igienico sanitario”.

Le accuse 

Per la Procura, entrambi avrebbero concorso “con condotta negligente, imprudente, imperita, nonché inosservante delle leggi, regolamenti, ordini e discipline anche in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro relative all’igiene del lavoro in quanto nell’esercizio dell’attività d’impresa nella gestone dello stabilimento citato, svolgevano attivita industriale in modo da diffondere polveri di amianto cosiddetto friabile (la gran parte di tipo crocidolite, ossia la tipologia più pericolosa del detto materiale) in maniera indiscriminata, non avendo adottato nei luoghi di lavoro adeguate misure ed idonei dispositivi destinati a prevenire l’esposizione all’amianto del lavoratore. per la pubblica accusa potevano essere adottati i sistemi di protezione delle vie respiratorie, sistemi di aspirazione per la pulizia degli abiti dei lavoratori, sistemi di abbattimento delle polveri. A causa di queste assenza il lavoratore è stato esposto ad ambiente insalubre perché totalmente contaminati da amianto sotto forma di polvere e fibre volatili, percepibili anche ad occhio nudo”. Non solo, come già avvenuto nel processo principale, si contesta ai due il fatto che “nello stabilimento e nella aree limitrofe “disperdevano, depositavano sotterravano, in maniera incontrollata ed in ingente quantità, amianto in gran parte del tipo.crocidolite nel corso della lavorazione di circa 2,276 tonnellate (2,276.000 kg) di tale materiale”.  Il Gup del Tribunale di Avellino Giulio Argenio ha ammesso la costituzione di parte civile e rinviato per la citazione del responsabile civile all’udienza del 10 luglio.