Avellino

C’è un dettaglio che più di ogni altro restituisce il senso della giornata politica consumatasi attorno alla Provincia di Avellino. Non è la ricandidatura di Rizieri Buonopane, né la successiva smentita del Partito Democratico provinciale. È il tempo intercorso tra le due comunicazioni. Pochi minuti. Il tempo necessario a trasformare un annuncio in un cortocircuito politico.

Da una parte il presidente uscente che rivendica un’investitura condivisa con il livello regionale e nazionale del partito, indicando perfino il perimetro della coalizione progressista pronta a sostenerlo. Dall’altra la replica durissima del segretario provinciale Marco Alaia, che nega qualsiasi confronto, qualsiasi autorizzazione, qualsiasi accordo.

Non una sfumatura. Non una diversa interpretazione. Una smentita totale.

Il partito evaporato

La vicenda irpina racconta qualcosa che va oltre la contesa locale. Racconta la dissoluzione progressiva dell’idea stessa di partito. Non più luogo di sintesi politica, discussione e decisione collettiva, ma spazio liquido nel quale ciascuno agisce per sé, comunica per sé e prova a costruire rapporti di forza personali da spendere nelle ore successive.

È impressionante che una candidatura alla presidenza della Provincia venga annunciata pubblicamente senza che il gruppo dirigente provinciale del principale partito di centrosinistra ne sappia nulla. O, peggio ancora, che il gruppo dirigente sostenga di non saperne nulla mentre altri livelli del partito avrebbero già deciso.

In entrambe le ipotesi il quadro è desolante.

Perché se davvero nessuno aveva condiviso la scelta con via Tagliamento, significherebbe che il territorio conta ormai meno delle filiere. Se invece la candidatura fosse stata soltanto un’iniziativa personale di Buonopane, allora il segnale sarebbe ancora più grave: un presidente uscente costretto a giocare d’anticipo per tentare di imporre la propria ricandidatura attraverso il fatto compiuto.

La politica degli scantinati

Il punto è proprio questo. Da troppo tempo una parte della politica locale si consuma in una dimensione sotterranea, quasi claustrofobica. Riunioni informali, telefonate, contatti paralleli, equilibri opachi, piccoli posizionamenti interni. Tutto avviene dentro scantinati politici nei quali l’unico obiettivo sembra essere la sopravvivenza delle correnti.

Fuori, però, ci sono i territori reali. Ci sono amministratori che chiedono infrastrutture, trasporti, scuole, programmazione. Ci sono aree interne che perdono popolazione, servizi e prospettive. E mentre l’Irpinia continua lentamente a svuotarsi, il dibattito pubblico si riduce alla conta delle fedeltà.

La stessa nota di Alaia, per quanto politicamente netta, certifica un’altra anomalia: un partito che arriva alla vigilia della presentazione delle candidature senza una linea unitaria, senza un nome condiviso e senza una strategia leggibile.

Nel frattempo prende corpo la candidatura di Giovanni Picone, sostenuta dalla dirigenza provinciale democratica e attesa formalmente nelle ore di apertura della finestra elettorale. Un ulteriore elemento che trasforma la corsa di Palazzo Caracciolo in un regolamento di conti interno al centrosinistra più che in una discussione sul futuro della Provincia.

Il danno più grande

La questione più seria, però, riguarda la credibilità. Perché scene del genere alimentano nei cittadini un sentimento ormai diffusissimo: l’idea che la politica sia soltanto autoreferenziale, ripiegata su sé stessa, incapace persino di parlare con una voce sola.

Ed è questo il danno più grande.

Non tanto chi vincerà o perderà la partita della Provincia, ma il messaggio che passa all’esterno. Un messaggio di improvvisazione permanente, di leadership fragili, di partiti che sembrano esistere soltanto durante le guerre interne.

La verità è che nessuna comunità può essere governata seriamente se i gruppi dirigenti perdono il senso della misura istituzionale. E nessun partito può pensare di rappresentare un territorio quando smette di praticare al proprio interno perfino le regole minime della politica organizzata.

L’Irpinia avrebbe bisogno di visione, programmazione e classi dirigenti capaci di discutere alla luce del sole. Si ritrova invece prigioniera di un eterno congresso provinciale.