Napoli

Non esiste un principio, tutto comprensibile e misurabile, capace di racchiudere una sofferenza che muta ogni giorno nella vita dell’uomo moderno. Il termine è usato e abusato: burnout. Non una malattia, non solo; non una sindrome, non del tutto.

L’OMS lo colloca tra i fenomeni occupazionali: stress cronico da lavoro non gestito con successo, con esaurimento, distanza mentale, ridotta efficacia professionale. Ma questa definizione, pur necessaria, non basta.

Perché il burnout è anche uno stato emotivo, sociale, affettivo: incrocia ciò che volevamo essere con ciò che siamo diventati e con ciò che, ostinatamente, vorremmo ancora essere. È una condizione di buio custodita spesso nella luce apparente di un lavoro, una storia, una professione, un impegno, una promessa.

Non nasce soltanto dal troppo fare, ma dal fare senza riuscire; dal continuare a dare quando il mondo non restituisce più senso, misura, riconoscimento. Ci consuma piano, come fuoco nel camino: prima evapora la forza, poi il calore, infine la fede nei sogni, nelle attese, nelle speranze che avevamo, o avremmo giurato di avere avuto.

Perciò il burnout non coincide semplicemente con lo stress lavoro-correlato. È di più. È l’uomo produttivo davanti a un mondo fragile, incompleto, insicuro, in trasformazione continua. Un mondo in cui c’è chi fa troppo e chi fa troppo poco, mentre cresce una disarmonia generale. Dopo lo tsunami del Covid-19 molte premesse si sono distorte: la cura, la scuola, l’impresa, le relazioni, il tempo libero. Le professioni sono state attraversate da burocrazia, opportunismo, paura legale, iperconnessione. E così, più abbiamo creduto nel valore etico del nostro lavoro, più siamo rimasti esposti al suo tradimento.

Nelle professioni di cura questa ferita diventa ancora più evidente. Il medico, il veterinario, l’infermiere, l’insegnante non lavorano solo con competenze: lavorano con una parte della propria vita interiore. Assorbono dolore, attesa, rabbia, lutto. Il veterinario cura chi non può raccontare il proprio male; accompagna il proprietario nella perdita, talvolta nel dilemma dell’eutanasia, spesso anche nel limite economico della cura. La compassione, che dovrebbe essere virtù, può diventare usura. E il paziente - uomo o animale - rischia allora di trasformarsi in “caso”, non per cinismo, ma per difesa dal troppo sentire. Anche i numeri dicono che non siamo davanti a una malinconia privata.

Una revisione pubblicata sul BMJ nel 2024, condotta su studi di venti Paesi, mostra che il rischio suicidario dei medici uomini non è complessivamente superiore a quello della popolazione generale, ma resta più alto rispetto a gruppi professionali simili. Nelle donne medico, invece, il rischio è significativamente aumentato, con un rapporto pari a 1,76. I dati più recenti suggeriscono una riduzione nel tempo dei tassi complessivi, ma non cancellano la vulnerabilità, soprattutto femminile, né il peso dello stigma che impedisce a chi cura di chiedere cura.

Allora, prima di classificare questo disturbo strisciante, sfuggente, quasi onirico, bisognerebbe alzare lo sguardo dalle tavole della legge e da quelle della scienza per tornare a guardare l’uomo: la sua scomposta voglia di restare dritto, di non abbrutirsi, di non cedere all’involuzione del primate curvo e garrulo, nel tentativo ancora possibile di riaccendere un fuoco di luce e sapienza.
Forse, più che inseguire solo ricette di sopravvivenza - pause intermittenti, vacanze brevi, tecniche di respirazione, pur utili - dovremmo rileggere Graham Greene e il suo A Burnt-Out Case del 1960. Querry, architetto celebre e svuotato, fugge in Congo, in un villaggio segnato dalla lebbra. Non prova più piacere nell’arte, nella fama, nella vita.

Eppure, dedicandosi alla cura dei lebbrosi, il suo oscuro male dell’anima sembra lentamente guarire. Greene comprese che il “caso bruciato” non era solo un corpo consumato dalla malattia, ma un’anima che aveva smarrito desiderio, scopo, fede. Ecco l’insegnamento: non è necessario fuggire dalla nostra vita per ritrovare le ragioni profonde dell'esistenza. Basterebbe umanizzarla. Non dedicarci soltanto al fare, ma anche al suo disfare: alla cultura, agli affetti, alla solidarietà, al silenzio, alla misura. È lì che conserviamo la formula più fragile e potente contro ogni alienazione. Perché il burnout, alla fine, non è la malattia di chi non regge. È il segnale che abbiamo costruito sistemi capaci di bruciare proprio coloro ai quali chiediamo più luce.